Scalzo sul prato prima del Mondiale: la psicologia dei rituali pre partita.
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20 Giugno 2026Tre settimane di incertezza fisica, «giorni difficili» per ragioni non sportive, lacrime dopo il primo gol. Poi una tripletta record. Il caso di Messi ai Mondiali 2026 è un laboratorio naturale per capire quando lo stress extra-sportivo diventa una risorsa — e quando invece rischia di distruggerci.

Fabio Zarra · Psicologo dello Sport · Sport Psychology Center · 18 giugno 2026
1. I fatti, ricostruiti con precisione
Il 24 maggio 2026, a tre settimane dall’esordio argentino al Mondiale, Lionel Messi lascia il campo durante Inter Miami–Philadelphia Union tenendosi la coscia sinistra. La diagnosi ufficiale dell’Inter Miami parla di «sovraccarico muscolare associato ad affaticamento del bicipite femorale sinistro»: nessuna lesione strutturale, ma tempi di recupero incerti. Messi salta le amichevoli di preparazione contro Honduras e Islanda. Arriva al Mondiale avendo giocato a ritmo ridotto, senza sapere con certezza come risponderà il muscolo.
Il 17 giugno 2026, alla partita 200 con la maglia dell’Argentina, segna al 17° minuto contro l’Algeria. Si ferma. Piange. Non è un pianto di gioia sportiva: in conferenza stampa lo chiarisce lui stesso — «Era qualcosa di totalmente non collegato al calcio. Ho passato giorni difficili, sono grato all’intera delegazione e ai miei compagni che mi sono stati sempre vicini. Mi hanno dato tanta forza». Poi torna in campo. Segna ancora due volte. Tripletta, 3-0 all’Algeria, record assoluto di gol ai Mondiali raggiunto a 38 anni.
In conferenza ha raccontato anche di aver guardato, nelle settimane di incertezza, un documentario su Rafael Nadal: un atleta che aveva convissuto con il dolore cronico e aveva continuato a competere per anni oltre ogni prognosi medica. Non un dettaglio accessorio: un modello di coping deliberatamente cercato.
| «Era qualcosa di totalmente non collegato al calcio. Ho passato giorni difficili. I miei compagni mi hanno dato tanta forza per farmi stare bene.» — Lionel Messi, conferenza stampa post-gara, 17 giugno 2026 |
2. Stressori non-sportivi: ciò che succede fuori dal campo entra in campo
La psicologia dello sport ha a lungo trattato i fattori di stress come se fossero confinati nell’ambiente agonistico: infortuni, pressione della gara, coach esigenti, errori tecnici. La letteratura più recente mostra invece che questa separazione è una finzione.
Fletcher, Hanton e Mellalieu (2006) hanno identificato tre categorie principali di stressori negli atleti d’élite: stressori competitivi (sottoperformance, errori), stressori organizzativi (relazione con lo staff, logistica, media) e stressori personali non-sportivi — eventi della vita privata come lutti, crisi relazionali, malattie proprie o di familiari. Studi più recenti (McLoughlin et al., 2021) mostrano che l’esposizione cumulativa a stressori non-sportivi è associata a livelli più elevati di sintomi ansiosi e depressivi e a un benessere psicologico ridotto negli atleti d’élite — in modo indipendente dai fattori sportivi.
Il meccanismo è quello dello spillover: ciò che avviene in un dominio di vita tende a riversarsi in un altro. Un atleta che affronta una crisi privata porta con sé quella crisi nello spogliatoio, sul campo, nella fase di riscaldamento. Non è una questione di forza mentale o debolezza: è fisiologia dello stress. Il cortisolo non distingue tra un lutto e una sconfitta sportiva.
Nel caso di Messi il quadro è composto da due stressori sovrapposti: l’infortunio muscolare (stressore sportivo, con componente di incertezza sul corpo) e qualcosa di privato che lui stesso non ha voluto nominare (stressore personale non-sportivo). La sovrapposizione è psicologicamente rilevante: l’incertezza sul proprio corpo già produce un’attivazione del sistema asse HPA (ipotalamo–ipofisi–surrene); aggiungere uno stressore privato significa saturare le risorse di coping disponibili.
3. Challenge o Threat? Come il cervello valuta la gara sotto pressione
La domanda centrale della psicologia della performance in condizioni di avversità non è «quanto stress c’è» ma «come viene valutato quello stress». Jones et al. (2009) hanno formalizzato questo principio nella Theory of Challenge and Threat States in Athletes (TCTSA), basata sul modello biopsicosociale di Blascovich e Mendes (2000) e sul lavoro classico di Lazarus e Folkman (1984) sulla valutazione cognitiva.
La teoria distingue due stati: lo stato di sfida (challenge), in cui l’atleta percepisce le proprie risorse come superiori o adeguate alle richieste della situazione, e lo stato di minaccia (threat), in cui le risorse percepite non bastano a fronteggiare le richieste. I due stati producono risposte cardiovascolari diverse, distinte e misurabili: il challenge attiva un profilo efficiente di mobilitazione energetica; il threat produce vasocostrizione, riduzione della potenza anaerobica, deterioramento del decision-making e aumento del rischio di choking sotto pressione.
| Non è la quantità di stress che determina la performance. È la valutazione cognitiva di quel stress — sfida o minaccia — che cambia la fisiologia e l’esito in campo. |
Messi arrivava all’esordio in uno scenario oggettivamente ad alto rischio: corpo non al massimo, carico emotivo privato, 39 anni, ultimo Mondiale possibile, campione del mondo in carica da difendere. Tutti i fattori per un threat appraisal massimale. Eppure la tripletta dice che qualcosa ha funzionato diversamente. Cosa lo ha tenuto in uno stato di sfida anziché di minaccia? Tre elementi, identificabili anche dalla sua conferenza stampa:
- Il supporto sociale ricevuto. «I miei compagni mi hanno dato tanta forza»: non è retorica. È la descrizione precisa del meccanismo che la letteratura chiama stress buffering — il supporto percepito riduce la valutazione di minaccia abbassando il gap tra risorse disponibili e richieste della situazione.
- Il modello di coping cercato attivamente. Il documentario su Nadal: un atleta che ha convissuto con il dolore per anni continuando a vincere. Questa è modeling vicario (Bandura, 1977): cercare deliberatamente un modello di riferimento con caratteristiche simili alla propria situazione per aumentare la self-efficacy.
- La lunga esperienza di autoregolazione. A quasi 39 anni, con quattro Mondiali alle spalle, Messi dispone di un repertorio consolidato di strategie di regolazione emotiva che la ricerca associa a una maggiore stabilità della performance sotto stress (Gould et al., 2002).
4. Il supporto sociale come risorsa tecnica, non sentimentale
«Ringrazio tutta la delegazione e i miei compagni»: da fuori sembra gratitudine rituale. Dal punto di vista della psicologia dello sport è la descrizione di un meccanismo attivo che ha protetto la performance.
Rees e Freeman (2009) hanno dimostrato in un contesto sperimentale controllato che il supporto sociale — operazionalizzato come supporto informativo, emozionale e tangibile — migliora direttamente la performance obiettiva in sport di precisione. Gould et al. (2002) hanno identificato il supporto sociale come uno dei predittori chiave della performance olimpica. Il meccanismo proposto è che il supporto percepito aumenta la self-efficacy, riduce l’ansia cognitiva e sposta la valutazione della gara da threat a challenge.
Il modello teorico di riferimento è la matching hypothesis di Rees e Hardy (2004): il supporto è più efficace quando il tipo di supporto offerto corrisponde al tipo di stressore affrontato. Lo stress emotivo-privato di Messi richiedeva supporto emozionale (presenza, ascolto, vicinanza); lo stress fisico dell’infortunio richiedeva supporto informativo (staff medico) e tangibile (gestione dei carichi). Quando entrambi sono presenti e allineati, il buffer diventa massimale.
La delegazione argentina ha evidentemente funzionato come sistema di supporto integrato. Non è un caso: le squadre nazionali che arrivano ai Mondiali con programmi strutturati di supporto psicologico — non solo individuale ma relazionale, gruppale — mostrano risultati di performance più stabili nelle fasi eliminatorie (Henriksen et al., 2014).
5. Le lacrime in campo: rilascio funzionale o segnale di rischio?
Il momento più frainteso della serata è stato probabilmente il pianto. I media lo hanno letto come «commozione», i social come «debolezza» o «grandezza umana» a seconda della tribù di appartenenza. Né l’una né l’altra lettura è utile.
Dalla prospettiva della psicologia clinica e dello sport, il pianto dopo un gol — in un atleta che stava portando un carico emotivo elevato accumulato nelle settimane precedenti — è compatibile con quello che Pennebaker (1986, 1997) ha chiamato emotional disclosure: l’espressione emotiva come processo di scarico del carico di inibizione accumulato. Decenni di ricerca mostrano che la disclosure emotiva produce benefici fisiologici misurabili: riduzione della reattività allo stress, miglioramento della funzione immunitaria, riduzione dell’ansia di tratto.
In termini operativi: Messi ha portato un carico emotivo compresso per settimane. Il gol — un momento di risoluzione positiva di una lunga incertezza — ha prodotto un rilascio. Quel rilascio ha verosimilmente liberato risorse cognitive e attentive che erano parzialmente occupate dal carico emozionale soppresso. Quello che seguiva — altri due gol — è coerente con questa lettura.
| Il pianto non era cedimento. Era il segno che il sistema di regolazione emotiva stava funzionando — non nonostante la crisi, ma grazie alla capacità di attraversarla. |
Questo non significa che le lacrime in campo siano sempre funzionali. La linea tra disclosure adattiva e dysregulation è sottile e dipende da quanto il sistema di regolazione emotiva dell’atleta è allenato. Un atleta con scarsa capacità di emotional regulation che piange durante una gara può trovarsi in uno stato di sopraffazione che peggiora la performance. La differenza sta nella traiettoria: il pianto di Messi è durato pochi secondi, poi è rientrato in campo e ha segnato. Questo indica autoregolazione funzionale, non disregolazione.
6. I rischi: quando lo stress extra-sportivo diventa una trappola
Messi ha performato. Ma è importante non trasformare questo caso in un’apologia dello stress o in un messaggio del tipo «gli atleti forti rendono meglio quando soffrono». La letteratura mostra chiaramente i rischi dell’esposizione prolungata a stressori non-sportivi sulla performance e sulla salute psicologica degli atleti.
| RISCHI dello stress extra-sportivo | FATTORI PROTETTIVI documentati |
| Spillover cognitivo • Il carico emotivo occupa risorse attentive sottraendole alla concentrazione tattica • Riduzione della qualità del decision-making in situazioni ad alta pressione • Maggiore vulnerabilità al choking nei momenti critici della gara | Supporto sociale allineato • Riduce la valutazione di minaccia aumentando le risorse percepite • Predittore diretto di performance olimpica (Gould et al., 2002) • Più efficace quando ‘abbinato’ al tipo di stressore (Rees & Hardy, 2004) |
| Iperattivazione asse HPA • Cortisolo cronicamente elevato deteriora memoria di lavoro e flessibilità cognitiva • Aumento del rischio infortuni per riduzione della vigilanza propriocettiva • Qualità del sonno compromessa, con ricadute su recupero e preparazione | Modelli di coping attivi • Ricerca deliberata di modelli di riferimento (Bandura, 1977): es. Nadal per Messi • Disclosure emotiva strutturata: scrittura espressiva, dialogo con psicologo • Routine pre-gara stabili che riducono la variabilità dello stato emotivo |
| Threat appraisal cronico • Percepire risorse insufficienti produce vasocostrizione e riduzione potenza anaerobica • Aumento del tempo di reazione e deterioramento dell’autoregolazione • Comportamenti impulsivi, errori tattici, difficoltà a gestire i momenti critici | Reappraisal cognitivo • Reinterpretare lo stressore come sfida cambia la risposta fisiologica • Challenge CV reactivity predice positivamente la performance calcistica • Allenabile: il lavoro con lo psicologo accelera e stabilizza questo processo |
7. Cosa possiamo imparare — a qualsiasi livello
Il caso Messi non è riservato alle superstar. I meccanismi in gioco sono universali e si ripresentano ogni domenica, in ogni categoria, su ogni campo.
- Non separare la persona dall’atleta. Lo stress privato entra in campo sempre. La domanda non è «riesco a non pensarci?» ma «ho le risorse per gestirlo?». Ignorare i fattori extra-sportivi significa gestire solo metà del sistema.
- Il supporto sociale non è un optional. La delegazione argentina ha funzionato come sistema di buffer. Costruire relazioni di fiducia prima della crisi — non durante — è l’unico modo per attivare questo meccanismo quando serve. La ricerca mostra che il supporto percepito conta più del supporto ricevuto in termini oggettivi (Rees & Hardy, 2004).
- Cercare modelli attivamente è una strategia evidence-based. Messi non ha aspettato di stare bene: ha cercato deliberatamente un riferimento (Nadal) che gli mostrasse che si può performare dentro l’avversità. Questo è modeling vicario — uno strumento di self-efficacy con solida base empirica.
- La disclosure emotiva non è debolezza: è igiene psicologica. Sopprimere le emozioni non le elimina: occupa risorse. Avere un canale di espressione — con uno psicologo, con i compagni, in forma scritta — libera quelle risorse per la performance. Il pianto di Messi dopo il gol era la fine di un processo di soppressione, non l’inizio di una crisi.
- Lavorare sul reappraisal in anticipo. La valutazione cognitiva di uno stressore come sfida anziché minaccia non si improvvisa sotto pressione. È una competenza che si costruisce nel tempo, con lavoro specifico. Lo psicologo dello sport non interviene solo nelle crisi: costruisce la capacità di reappraisal nelle settimane tranquille, perché sia disponibile quando serve.
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Riferimenti scientifici
Bandura, A. (1977). Self-efficacy: Toward a unifying theory of behavioral change. Psychological Review, 84(2), 191–215.https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/0146640278900024
Blascovich, J., & Mendes, W. B. (2000). Challenge and threat appraisals: The role of affective cues. In J. P. Forgas (Ed.), Feeling and thinking: The role of affect in social cognition (pp. 59–82). Cambridge University Press.
Fletcher, D., Hanton, S., & Mellalieu, S. D. (2006). An organizational stress review in competitive sport. In S. Hanton & S. D. Mellalieu (Eds.), Literature reviews in sport psychology (pp. 321–374). Nova Science.
Gould, D., Greenleaf, C., Chung, Y., & Guinan, D. (2002). A survey of U.S. Olympic coaches. The Sport Psychologist, 16(3), 229–250.
Jones, M., Meijen, C., McCarthy, P. J., & Sheffield, D. (2009). A theory of challenge and threat states in athletes. International Review of Sport and Exercise Psychology, 2(2), 161–180.
Lazarus, R. S., & Folkman, S. (1984). Stress, appraisal, and coping. Springer.
McLoughlin, E., Fletcher, D., Slavich, G. M., Arnold, R., & Moore, L. J. (2021). Cumulative lifetime stress exposure, mental health, and well-being in elite sport. Psychology of Sport and Exercise, 52, 101823.
Meijen, C., Turner, M., Jones, M. V., Sheffield, D., & McCarthy, P. (2020). A theory of challenge and threat states in athletes: A revised conceptualization. Frontiers in Psychology, 11, 126.
Pennebaker, J. W., & Beall, S. K. (1986). Confronting a traumatic event. Journal of Abnormal Psychology, 95(3), 274–281.
Pennebaker, J. W. (1997). Writing about emotional experiences as a therapeutic process. Psychological Science, 8(3), 162–166.
Rees, T., & Freeman, P. (2009). Social support moderates the relationship between stressors and task performance through self-efficacy. Journal of Social and Clinical Psychology, 28(2), 244–263.
Rees, T., & Hardy, L. (2004). Matching social support with stressors. Psychology of Sport and Exercise, 5(3), 319–337.
Nota sulle fonti: i dati fattuali su Messi sono tratti da dichiarazioni in conferenza stampa post-gara (17 giugno 2026) e da comunicati ufficiali dell’Inter Miami (26 maggio 2026). Le informazioni sull’infortunio sono state verificate su Eurosport.it, Sky Sport e Goal.com. Le affermazioni sul documentario su Nadal sono riportate da Fanpage.it (17 giugno 2026).
