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17 Giugno 2026Al Mondiale 2026, il CT del Giappone Hajime Moriyasu ha fatto parlare di sé non per le formazioni o per le dichiarazioni, ma per una lavagna. Su quella lavagna, a caratteri cubitali, comparivano numeri. La scienza spiega perché questo sistema di comunicazione è molto più sofisticato di quanto sembri — e cosa ci insegna sulla psicologia del coaching in condizioni estreme.

Autore Fabio Zarra Evento Mondiali 2026, Gruppo F · Olanda-Giappone 2-2 · 14 giugno 2026 Categoria Psicologia del coaching
Dallas Stadium, 14 giugno 2026. Olanda e Giappone si affrontano nella prima giornata del Gruppo F del Mondiale 2026. Sul campo la partita è bella e intensa: gli olandesi vanno avanti con Van Dijk, i giapponesi pareggiano con Nakamura, l’Olanda torna in vantaggio con Summerville, il Giappone trova il 2-2 con Kamada all’89°. Ma quello che finisce sui social network e sulle prime pagine dei siti sportivi di mezzo mondo non è la rimonta, né il gol all’ultimo minuto. È una lavagna.
Più volte, nel corso della partita, l’assistente tecnico di Hajime Moriyasu si è avvicinato alla linea laterale con un pannello su cui erano scritti, a pennarello e a caratteri cubitali, dei numeri: 45, 3, 2, 1. Ogni numero appariva in momenti precisi della gara. Le telecamere li hanno inquadrati, i social li hanno amplificati, e il dibattito si è acceso immediatamente: quei numeri erano indicazioni tattiche pre-codificate? Un sistema di comunicazione cifrata per trasmettere istruzioni ai giocatori senza che gli avversari potessero decifrare il messaggio? O, più semplicemente, il CT stava segnalando ai suoi giocatori i minuti mancanti alla fine del tempo?
La risposta ufficiale, al momento, non è arrivata: la Japan Football Association non ha commentato il sistema. Alcune fonti credibili — tra cui Eurosport e Adnkronos — hanno identificato nella lavagna principalmente uno strumento di gestione del tempo: il 45 segnalava l’inizio del recupero del primo tempo, i numeri 3-2-1 il countdown dei minuti restanti nella ripresa. Altre fonti — Fanpage, Corriere dello Sport, Il Fatto Quotidiano, Sportmediaset — sostengono che dietro quei numeri si nascondesse un vero e proprio codice tattico pre-concordato con i giocatori. È probabile che entrambe le funzioni coesistessero, come spesso accade nei sistemi di comunicazione ben progettati.
Qualunque sia la verità tecnica, c’è una domanda psicologica che vale la pena porsi — ed è la domanda che questo articolo intende rispondere. Perché un sistema così semplice è anche, potenzialmente, così efficace? Cosa ci dice sulla comunicazione nel coaching? E perché è un CT giapponese, tra tutti, ad averlo adottato?
01 — L’UOMO E IL METODO
Chi è Hajime Moriyasu
Prima di parlare del sistema, vale la pena conoscere l’uomo che lo ha concepito. Hajime Moriyasu ha 57 anni ed è commissario tecnico del Giappone dall’estate del 2018 — una continuità gestionale rara nel calcio internazionale, ancora più rara nel calcio asiatico. Da giocatore ha vestito la maglia della nazionale per 35 volte. Da allenatore ha vinto tre campionati giapponesi con il Sanfrecce Hiroshima (2012, 2013 e 2015) prima di intraprendere l’avventura con la Selezione. Con la nazionale olimpica ha raggiunto il quarto posto ai Giochi di Tokyo 2021. E con la nazionale maggiore è il primo commissario tecnico giapponese nella storia a guidare la selezione in due Mondiali consecutivi — Russia 2018 e, ora, Nordamerica 2026 — avendo superato il traguardo delle 100 panchine.
Il ritratto che emerge dalle cronache è quello di un allenatore metodico, discreto, capace di costruire una cultura di gruppo solida e disciplinata. Non è un personaggio mediatico. Non cerca il colpo di scena. Il pianto durante l’inno nazionale prima della sfida con l’Olanda — ripreso dalle telecamere e diventato anch’esso virale — non era un gesto calcolato: era l’emozione di un uomo che porta con sé il peso di una nazione e che, per quel momento, non è riuscito a trattenerla. Poi si è girato verso il campo, e ha lavorato.
| «Sono deluso perché non siamo riusciti a vincere, ma anche se siamo andati due volte in svantaggio, i giocatori non si sono mai arresi e hanno lottato con determinazione, uniti come una squadra.» HAJIME MORIYASU · DICHIARAZIONE POST-PARTITA, FONTE FIFA.COM UFFICIALE |
02 — IL PROBLEMA
Comunicare in uno stadio di 90.000 persone
Chiunque abbia mai cercato di parlare con qualcuno in una discoteca, in un concerto, o in uno stadio pieno sa cosa significa il rumore di fondo come barriera alla comunicazione. Nell’atletismo ad alto livello, questo problema è amplificato da una serie di fattori che si sommano: l’intensità dell’attività fisica (che riduce la disponibilità di attenzione del giocatore), la distanza dal bordo campo (che rende difficile sentire anche la voce più potente), e il tempo disponibile — spesso pochi secondi, mentre un’azione si sviluppa — per trasmettere un’informazione che deve essere recepita, decodificata e tradotta in comportamento.
Gli allenatori hanno da sempre sviluppato sistemi per aggirare questo problema. Segnali con le mani, gesti convenzionali, schede tattiche portate dai quarto ufficiali durante le sostituzioni. Ma nella fase calda di una partita — negli ultimi minuti di recupero, quando la squadra deve gestire un vantaggio o ribaltare uno svantaggio — la comunicazione diventa particolarmente critica e particolarmente difficile. È esattamente il momento in cui Moriyasu ha usato la lavagna.
La ricerca di Eccles e Tenenbaum sulla coordinazione e comunicazione nei team sportivi ha mostrato che le squadre esperte non si affidano esclusivamente alla comunicazione esplicita in tempo reale — che è costosa in termini cognitivi e spesso impraticabile in condizioni di alta intensità. Le squadre di alto livello sviluppano invece modelli mentali condivisi: strutture di conoscenza comune che permettono ai membri del gruppo di anticipare le azioni degli altri e di coordinarsi implicitamente, anche senza scambiarsi istruzioni verbali dirette. Il codice di Moriyasu è, nella sua forma più efficiente, esattamente questo: un modello condiviso costruito in allenamento e attivabile con un singolo stimolo visivo in gara.
03 — LA SOLUZIONE
Perché un numero funziona meglio di una frase
Immaginate l’alternativa. Un assistente che si avvicina alla panchina avversaria — perché la lavagna era visibile a tutti, compreso lo staff olandese — e urla istruzioni tattiche dettagliate nel frastuono di 90.000 persone. Non funzionerebbe per due ragioni: il rumore ambientale impedirebbe la ricezione, e qualsiasi avversario attento potrebbe cogliere il contenuto del messaggio. Un numero scritto a caratteri cubitali bypassa entrambi i problemi in un colpo solo: è visibile a distanza, non è intercettabile sul piano semantico da chi non conosce il codice, e — qui sta il punto cruciale — impone un carico cognitivo minimo al giocatore che lo riceve.
Questo ultimo aspetto è il più rilevante dal punto di vista psicologico. La teoria del carico cognitivo, sviluppata da John Sweller, descrive come la memoria di lavoro umana abbia una capacità limitata: quando il numero di informazioni da elaborare simultaneamente supera quella capacità, la performance peggiora. Un giocatore in condizioni di alta intensità fisica e psicologica — negli ultimi minuti di una partita mondiale, sotto pressione, con il fiato corto — ha una memoria di lavoro già parzialmente saturata. Inviargli un messaggio complesso in quel momento significa competere con le risorse cognitive già impegnate nella gestione della gara.
Un singolo numero, pre-associato in allenamento a uno schema preciso, non richiede elaborazione: viene riconosciuto, non decodificato. È la differenza tra leggere una parola in una lingua che si conosce a fondo — automatico, quasi senza sforzo — e decifrare un testo in una lingua straniera — lento, faticoso, soggetto a errori. Il codice numerico trasforma il secondo scenario nel primo.
| Un singolo numero, pre-associato in allenamento a uno schema preciso, non richiede elaborazione: viene riconosciuto, non decodificato. |
C’è un secondo fondamento cognitivo a supporto di questa scelta, ancora più classico. Nel 1956, George Miller pubblicò uno dei paper più citati nella storia della psicologia, noto come «il numero magico sette più o meno due»: la memoria di lavoro umana può gestire efficacemente tra cinque e nove chunk di informazione simultaneamente, dove un chunk è un’unità di informazione già consolidata. Un numero singolo — 3, 45, 2 — è il chunk più piccolo e più stabile che esista. Non lascia margini di ambiguità, non richiede capacità di elaborazione residua. Arriva, viene riconosciuto, attiva lo schema associato. Fine.
04 — IL SISTEMA
La mente collettiva: come funziona il codice di squadra
La lavagna di Moriyasu non sarebbe nulla senza ciò che la precede: un lavoro di preparazione mentale che trasforma dei numeri arbitrari in significati condivisi. Questo è il punto che la spettacolarizzazione mediatica tende a sottovalutare. Il codice non è la lavagna. Il codice è la settimane — o i mesi — di lavoro condiviso che hanno costruito, nella testa di ogni giocatore, la stessa associazione tra uno stimolo e una risposta.
Weick e Roberts, in uno studio che ha influenzato profondamente la letteratura sulla psicologia delle organizzazioni ad alto rischio, hanno descritto un fenomeno che hanno chiamato collective mind: la capacità di un gruppo di agire con coerenza e precisione in situazioni di elevata complessità, non perché ogni individuo si coordini esplicitamente con gli altri in tempo reale, ma perché ha interiorizzato un sistema di azione condiviso che rende automatica la coordinazione. I loro casi di studio classici erano le squadre sulle portaerei militari — contesti in cui la comunicazione esplicita è spesso impossibile, il rischio è altissimo, e gli errori sono fatali. Il loro punto centrale: la mente collettiva non emerge dalla somma delle menti individuali, ma dalla qualità delle relazioni — dal livello di heedful interrelating, ovvero di attenzione reciproca costruita nel tempo.
Il sistema di Moriyasu richiede esattamente questo. I giocatori devono aver sviluppato, in allenamento, una attenzione verso le indicazioni della panchina che sia automatica, non deliberata. Devono aver memorizzato i codici al punto da attivarli senza elaborazione consapevole. E devono avere la fiducia reciproca che, quando uno di loro agisce in risposta al numero, gli altri risponderanno nella stessa direzione. Non è un semplice trick comunicativo: è un sistema di fiducia collettiva codificato in forma numerica.
| Comunicazione verbale in gara ALTA COMPLESSITÀ, ALTA VULNERABILITÀ Soggetta al rumore ambientale. Intercettabile dagli avversari. Richiede elaborazione cognitiva attiva in un momento in cui le risorse cognitive sono già impegnate. Lenta. | Codice numerico pre-condiviso BASSA COMPLESSITÀ, ALTA EFFICIENZA Visibile a distanza. Non intercettabile semanticamente senza la chiave. Richiede solo riconoscimento, non elaborazione. Istantaneo. Presuppone e rinforza la fiducia di squadra. |
05 — IL CONTESTO CULTURALE
Perché è un CT giapponese ad averlo fatto
C’è una domanda che vale la pena porsi: perché questo sistema, semplice ed elegante nella sua logica, non lo abbiamo visto prima? E perché è emerso in una squadra giapponese, con un CT giapponese?
La risposta non è banale e ha radici culturali profonde. Markus e Kitayama, in uno studio diventato fondamentale nella psicologia culturale, hanno descritto la distinzione tra culture a sé indipendente — tipicamente occidentali, dove l’individuo si definisce come autonomo rispetto agli altri — e culture a sé interdipendente — tipicamente est-asiatiche, tra cui quella giapponese, dove l’individuo si definisce principalmente attraverso le relazioni con il gruppo di appartenenza. In una cultura a sé interdipendente, la risposta collettiva a un segnale condiviso non è una costrizione: è una forma naturale di coordinazione che rispecchia il modo in cui queste persone costruiscono la propria identità e le proprie relazioni.
In termini più pratici: un sistema di codici numerici funziona solo se ogni componente del gruppo ha la disciplina e la disponibilità di memorizzare quei codici, di mantenerli aggiornati, di affidarsi ad essi nel momento della pressione massima invece di affidarsi alla propria interpretazione individuale della situazione. Questa è una disposizione più facile da costruire in un contesto culturale in cui la subordinazione del sé al gruppo è un valore radicato, non un sacrificio imposto.
C’è poi un elemento specifico menzionato da alcune fonti: la familiarità dei giapponesi con sistemi di numerazione e codifica astratta, derivante tra l’altro dall’uso del soroban — l’abaco giapponese — come strumento didattico. Non si tratta di un determinismo culturale, ma di una compatibilità: un sistema che richiede la memorizzazione di associazioni numeriche trova un terreno più fertile in una cultura che ha allenato questa forma di astrazione fin dall’infanzia.
06 — LE IMPLICAZIONI
Cosa insegna al coaching moderno
La lavagna di Moriyasu ha fatto discutere per la sua apparente bizzarria. Ma smonta un’idea sbagliata che circola ancora nel coaching sportivo: che la comunicazione efficace richieda complessità. Non è così. Nelle condizioni estreme — rumore, pressione, tempo ridotto, carico cognitivo elevato — la comunicazione più efficace è quella che riduce la complessità al minimo compatibile con il messaggio che si vuole trasmettere.
Questo non significa impoverire il lavoro tattico. Significa che il lavoro tattico profondo — la comprensione del sistema, la memorizzazione degli schemi, la creazione del vocabolario condiviso — si fa prima, in allenamento, in condizioni in cui le risorse cognitive sono disponibili. In gara, il compito della comunicazione non è spiegare: è attivare. Un singolo numero può attivare uno schema complesso, se quello schema è stato costruito con cura.
Vale la pena chiedersi quante squadre, a qualsiasi livello, abbiano investito seriamente in questo lavoro preparatorio. Quante abbiano un vocabolario condiviso realmente interiorizzato — non scritto su una lavagna tattica che nessuno legge, ma codificato nella memoria procedurale di ogni giocatore al punto da essere richiamabile senza sforzo nel momento più difficile della gara. Quella è la mente collettiva di Weick. Quella è la squadra esperta di Eccles. Quella è, in forma elementare e potente, la lavagna di Moriyasu.
| TRE PRINCIPI DEL SISTEMA MORIYASU APPLICATI AL COACHING Costruire prima, attivare durante. La complessità tattica si lavora in allenamento, quando le risorse cognitive sono disponibili. In gara, il sistema di comunicazione attiva schemi già consolidati — non li costruisce ex novo. La semplicità del segnale è proporzionale alla profondità della preparazione.Ridurre il carico cognitivo nel momento critico. Un messaggio semplice, riconoscibile e inequivocabile preserva le risorse cognitive dei giocatori per la performance. Più il segnale è chiaro, meno il cervello deve lavorare per decodificarlo, e più risorse restano disponibili per l’esecuzione.Costruire la fiducia nel codice condiviso. Un sistema di comunicazione cifrata funziona solo se ogni membro del gruppo ha piena fiducia nel sistema e negli altri. Questo non si costruisce in partita: si costruisce nella relazione quotidiana tra l’allenatore e il gruppo. |
07 — IN CHIUSURA
La semplicità come strategia
Alla fine, la domanda più interessante che il caso Moriyasu pone non è «quei numeri erano tattici o no?». È una domanda più profonda: in che misura un allenatore può progettare il sistema di comunicazione della propria squadra come si progetta un sistema tecnico? Con la stessa cura, con la stessa attenzione ai vincoli — rumore, tempo, carico cognitivo — e con la stessa consapevolezza che l’efficacia non dipende dalla complessità del messaggio, ma dalla qualità della preparazione che lo precede?
Moriyasu non ha inventato nulla di radicalmente nuovo. Il codice segreto esiste nello sport da decenni — nelle basi del baseball, nelle rimesse laterali del rugby, nei segnali delle point guard nel basket. Quello che ha fatto è applicare un principio già noto in un contesto insolito, con un livello di visibilità mediatica che ha trasformato uno strumento pratico in un caso di studio involontario. E ha dimostrato, di fronte a 90.000 persone e a milioni di telespettatori, che la comunicazione più potente a volte è quella che occupa meno spazio.
Il Giappone ha ottenuto un pareggio contro l’Olanda, rimontando due volte da svantaggio, negli ultimi secondi. Non possiamo sapere quanto abbia contribuito la lavagna. Ma sappiamo che una squadra capace di coordinarsi con la precisione e la disciplina mostrata dai Samurai Blue — anche nei momenti di massima pressione — non lo fa per caso. Lo fa perché ha costruito, nel tempo, un sistema di comunicazione che funziona. Con o senza numeri giganti su una lavagna.
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RIFERIMENTI SCIENTIFICI
- Eccles, D. W., & Tenenbaum, G. (2004). Why an expert team is more than a team of experts: A social-cognitive conceptualization of team coordination and communication in sport. Journal of Sport and Exercise Psychology, 26(4), 542–560. DOI: 10.1123/jsep.26.4.542 https://www.researchgate.net/publication/285838030_Why_an_Expert_Team_Is_More_than_a_Team_of_Experts_A_Social-Cognitive_Conceptualization_of_Team_Coordination_and_Communication_in_Sport
- Sweller, J. (1988). Cognitive load during problem solving: Effects on learning. Cognitive Science, 12(2), 257–285. DOI: 10.1207/s15516709cog1202_4
- Weick, K. E., & Roberts, K. H. (1993). Collective mind in organizations: Heedful interrelating on flight decks. Administrative Science Quarterly, 38(3), 357–381. DOI: 10.2307/2393372
- Markus, H. R., & Kitayama, S. (1991). Culture and the self: Implications for cognition, emotion, and motivation. Psychological Review, 98(2), 224–253. DOI: 10.1037/0033-295X.98.2.224
- Miller, G. A. (1956). The magical number seven, plus or minus two: Some limits on our capacity for processing information. Psychological Review, 63(2), 81–97. DOI: 10.1037/h0043158
Fonti dei fatti riportati: FIFA.com (fonte ufficiale, pagina partita e highlights Olanda-Giappone), LaPresse, Tuttosport, Virgilio Sport, Eurosport, Fanpage.it, Corriere dello Sport, Il Fatto Quotidiano, Sportmediaset, Adnkronos, Derbyderbyderby.it (14-15 giugno 2026). Risultato ufficiale: Olanda-Giappone 2-2 — Dallas Stadium, Dallas (Texas), 14 giugno 2026. Marcatori: Van Dijk (50′), Nakamura (57′), Summerville (64′), Kamada (89′). CT Giappone: Hajime Moriyasu, in carica dal 2018. Nota: la funzione tattica codificata dei numeri sulla lavagna non è stata confermata ufficialmente dalla Japan Football Association al momento della pubblicazione di questo articolo. La funzione di indicazione del tempo rimanente è confermata da fonti accreditate (Eurosport, Adnkronos). L’ipotesi del codice tattico è riportata da altre fonti ugualmente attendibili (Fanpage, Corriere dello Sport, Il Fatto Quotidiano, Sportmediaset) e rappresentata come tale nel testo.
