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8 Settembre 2026Sessant’anni dopo l’ultima vittoria italiana nel Gran Premio d’Italia, Andrea Kimi Antonelli ha riscritto la storia di Monza risalendo dalla diciannovesima posizione fino al gradino più alto del podio, davanti al proprio pubblico. È il tipo di impresa che, raccontata a caldo, viene letta quasi soltanto in chiave tecnica: strategia gomme, safety car, potenza del motore. Ma una rimonta di questa portata, compiuta in un pomeriggio, sotto gli occhi di un intero Paese che aspettava da sei decenni, è prima di tutto un caso da manuale di psicologia dello sport applicata. Dentro quei cinquantatré giri c’è un insieme preciso di processi mentali — resilienza, regolazione attentiva e gestione della pressione — che lo sport psychology può aiutare a leggere e, soprattutto, ad allenare in atleti di ogni livello, non solo nei paddock di Formula 1.
Autore Fabio Zarra

01 — RESETTARE DOPO L’ERRORE: LA RESILIENZA COME PROCESSO, NON COME TRATTO
Partire diciannovesimo in casa propria, davanti a centinaia di migliaia di tifosi arrivati apposta per vederlo vincere, è esattamente il tipo di evento che la letteratura scientifica definisce uno stressor prestativo acuto: un episodio singolo, intenso e con un fortissimo carico valutativo, capace di innescare frustrazione, dubbio e un pericoloso restringimento del focus sul risultato ormai compromesso. È il momento in cui molti atleti, anche di alto livello, iniziano a correre “contro” la classifica anziché “dentro” la gara, spendendo risorse cognitive a rimuginare sull’errore invece che a costruire la risposta.
La revisione sistematica di Sarkar e Fletcher (2014) sui fattori protettivi della resilienza sportiva descrive proprio questo meccanismo: non è l’assenza di difficoltà a distinguere gli atleti d’élite, ma la capacità di attivare risorse psicologiche — ottimismo disposizionale, controllo percepito, regolazione emotiva e un solido supporto sociale — che permettono di mantenere una prestazione stabile subito dopo un evento avverso, invece di lasciare che l’episodio negativo si trasformi in una spirale di ulteriori errori. Gli autori parlano di un vero e proprio “filtro protettivo” biopsicosociale: più è solido, minore è la perturbazione che un singolo evento negativo riesce a produrre sulla prestazione successiva.
Nel caso di Antonelli, il segnale più interessante non è la rimonta in sé, ma la sua rapidità: la capacità di trattare la qualifica disastrosa come un dato acquisito e chiuso, per poi orientare immediatamente l’attenzione sul compito successivo — un sorpasso alla volta — anziché sul divario complessivo da colmare. Dal punto di vista clinico, è la differenza tra una lettura dell’errore come evento “specifico e temporaneo” (io ho sbagliato questa qualifica) e una lettura come evento “globale e permanente” (io non sono all’altezza di questo weekend): la prima apre alla rimonta, la seconda la rende psicologicamente quasi impossibile ancora prima del semaforo verde.
È utile anche il confronto con il concetto di reattività emotiva post-errore, studiato soprattutto in sport con margini di correzione immediati come il tennis o il golf: gli atleti che recuperano più in fretta il proprio stato ottimale di attivazione dopo uno svantaggio non sono quelli che non provano frustrazione, ma quelli che dispongono di routine consolidate per rimetterla rapidamente al servizio del compito. Una griglia di partenza sbagliata, in questo senso, non è diversa da un doppio fallo sul 15-40: ciò che conta è quanto tempo intercorre tra l’errore e il ritorno a un’esecuzione pulita.
02 — IL SORPASSO DOPO IL SORPASSO: PERCHÉ IL FOCUS ESTERNO REGGE SOTTO PRESSIONE
Risalire diciotto posizioni in una gara sola richiede decine di decisioni rapide, ciascuna delle quali potrebbe essere compromessa da un pensiero valutativo di troppo (“sto recuperando abbastanza in fretta? e se sbaglio anche questo sorpasso?”). Più la posta in gioco cresce di giro in giro — e a Monza, davanti al pubblico di casa, cresce a ogni curva — più aumenta il rischio che l’attenzione si sposti dal compito motorio al proprio stato interno: un cambiamento apparentemente piccolo, che la ricerca sull’attenzione motoria ha però mostrato essere decisivo per l’esito della prestazione.
Lo studio di Mullen, Faull, Jones e Kingston (2012), condotto su un compito di guida simulata sotto pressione competitiva, ha confrontato un gruppo istruito a mantenere un focus attentivo esterno — orientato cioè su un punto di riferimento fuori dal corpo, come la traiettoria o il punto di frenata — con un gruppo istruito a un focus interno, centrato sui propri movimenti o sul proprio stato fisico. Il primo gruppo ha prodotto prestazioni superiori e un minore investimento di sforzo mentale, misurato tramite la variabilità della frequenza cardiaca: un indicatore che chi guarda “fuori da sé” utilizza processi di controllo più automatici e meno costosi dal punto di vista cognitivo. Quando nella fase di gara è stata introdotta pressione competitiva aggiuntiva, il gruppo con focus esterno ha continuato a migliorare la prestazione, mentre quello con focus interno ha mostrato segni più marcati di deterioramento.
Tradotto nella rimonta di Monza: restare ancorati al compito immediato — la staccata successiva, la scia da sfruttare, il varco da cogliere sull’avversario davanti — è ciò che rende sostenibile una sequenza di sorpassi lunga un’intera gara, senza che il peso del risultato finale interferisca con l’esecuzione tecnica. Ogni volta che l’attenzione di un pilota scivola sul “cosa succederebbe se vincessi” invece che sul “dove frenare adesso”, il rischio di errore aumenta in modo misurabile: è la stessa dinamica che, nello sport giovanile, porta un ragazzo talentuoso a sbagliare l’ultimo tiro libero proprio quando comincia a pensare a quanto sarebbe bello segnarlo.
Per chi allena, il punto pratico è che il focus esterno non è un atteggiamento mentale generico da suggerire (“stai concentrato”), ma un’abilità che si allena con indicazioni operative e verificabili: un riferimento visivo preciso, un segnale acustico, un punto della pista o del campo su cui riportare l’attenzione ogni volta che si nota una deriva verso pensieri valutativi.
03 — LA PRESSIONE DEL PUBBLICO DI CASA: RISCHIO O CARBURANTE?
Vincere davanti al proprio pubblico non è mai psicologicamente neutro, e la ricerca lo documenta da decenni. Lo studio classico di Baumeister e Steinhilber (1984) sul cosiddetto “home choke” ha mostrato come, in situazioni decisive, il supporto di un pubblico di casa possa paradossalmente aumentare l’autoconsapevolezza e il timore di deludere, peggiorando la prestazione proprio quando il sostegno è più intenso. Il meccanismo proposto dagli autori è tanto semplice quanto insidioso: più il pubblico si aspetta la vittoria, più l’atleta smette di eseguire il gesto in modo automatico e comincia a monitorarlo consapevolmente, un po’ come chi inciampa sulle scale proprio quando si accorge che qualcuno lo sta osservando. L’effetto è stato replicato in altri contesti — dal tiro libero nel basket al biathlon davanti al pubblico di casa — sempre con lo stesso schema: la prestazione tecnica peggiora quando la posta emotiva del contesto sale.
| La differenza tra chi subisce la pressione e chi la trasforma in prestazione non è l’assenza di attivazione, ma la capacità di mantenerla in un intervallo funzionale. |
Eppure non tutti gli atleti d’élite rispondono allo stesso modo, ed è qui che il quadro si complica in modo interessante. Un recente studio pubblicato su Frontiers in Psychology (2026) su piloti di Formula 1 e Formula 2 ha rilevato che i piloti di F1 mostrano livelli di concentrazione e fiducia significativamente superiori rispetto ai colleghi della categoria propedeutica, a parità di età — un dato che gli autori interpretano come prova che il controllo attentivo sotto pressione sia un’abilità psicologica selezionata e allenata lungo il percorso verso il vertice, più che un semplice effetto della maturazione anagrafica o dell’accumulo di esperienza. In un ambiente come il motorsport, dove un errore attentivo può costare non solo la gara ma l’incolumità fisica, questa capacità sembra funzionare da vero e proprio filtro evolutivo verso l’élite.
È questo il punto in cui la storia di Antonelli si allontana dal copione dell'”home choke”: il calore di Monza non ha eroso la sua lucidità, ma sembra essersi integrato in un profilo attentivo già allenato a restare stabile, indipendentemente dalla posta in gioco emotiva del contesto. Il modo in cui ha gestito i primi giri — senza forzare il rientro, senza tentare sorpassi al limite nelle fasi in cui il rischio superava il beneficio — racconta più di una strategia di squadra: racconta un’attivazione tenuta dentro un intervallo funzionale, né troppo bassa da rendere lenta la lettura della gara, né talmente alta da restringere pericolosamente il campo attentivo, come accade tipicamente nei momenti di choking sotto pressione.
Vale la pena notare anche il ruolo del contesto di squadra in questo equilibrio: un box che comunica in modo essenziale, senza amplificare via radio l’enormità del momento, agisce esso stesso come regolatore esterno dell’attivazione del pilota — una forma di supporto sociale che la stessa letteratura sulla resilienza individua come fattore protettivo a sé stante, distinto dalle sole capacità individuali dell’atleta.
04 — COSA RESTA, PER CHI ALLENA ATLETI E GIOVANI TALENTI
Al di là dell’entusiasmo del momento, la vicenda di Monza offre alcuni spunti trasferibili a qualunque contesto sportivo, dal settore giovanile allo sport individuale di alto livello.
- La resilienza si allena a monte: normalizzare l’errore in qualifica (o la partenza sbagliata, il primo set perso, il primo giro lento) come dato chiuso e specifico, non come minaccia identitaria, è un lavoro che si fa in settimana, con un lavoro cognitivo mirato, non in griglia di partenza.
- Il focus esterno va costruito con indicazioni concrete e osservabili (un punto, una traiettoria, un avversario, un segnale), non con inviti generici a “restare concentrati”, che di per sé non forniscono alcun riferimento su cui l’attenzione possa effettivamente ancorarsi.
- Il pubblico di casa, e più in generale l’aspettativa esterna, non va né evitato né idealizzato: va preparato, con simulazioni realistiche di pressione in allenamento, così che il primo incontro con quel livello di attivazione non avvenga il giorno della gara che conta di più.
- La comunicazione dell’entourage — staff tecnico, allenatore, famiglia — è essa stessa uno strumento di regolazione dell’attivazione dell’atleta, e come tale andrebbe progettata, non lasciata all’istinto del momento.
La rimonta di Monza sarà ricordata come un’impresa sportiva, e giustamente. Ma per chi lavora ogni giorno con atleti ed élite sportive, resta soprattutto un caso di studio prezioso su come resilienza, attenzione e gestione della pressione possano essere lette, comprese e — soprattutto — allenate in modo intenzionale, anche nei momenti più esposti e carichi di aspettativa di una carriera.
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RIFERIMENTI
- Sarkar, M., & Fletcher, D. (2014). Psychological resilience in sport performers: a review of stressors and protective factors. Journal of Sports Sciences, 32(15), 1419–1434. DOI: 10.1080/02640414.2014.901551
- Mullen, R., Faull, A., Jones, E. S., & Kingston, K. (2012). Attentional focus and performance anxiety: effects on simulated race-driving performance and heart rate variability. Frontiers in Psychology, 3:426. DOI: 10.3389/fpsyg.2012.00426
- Baumeister, R. F., & Steinhilber, A. (1984). Paradoxical effects of supportive audiences on performance under pressure: The home field disadvantage in sports championships. Journal of Personality and Social Psychology, 47(1), 85–93. DOI: 10.1037/0022-3514.47.1.85
- McKnight, K., et al. (2026). Formula 1 drivers demonstrate superior concentration and confidence compared to Formula 2 drivers. Frontiers in Psychology. DOI: 10.3389/fpsyg.2026.1697498
