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19 Settembre 2026Come la Nazionale di volley, a punteggio pieno agli Europei 2026, sta applicando (forse senza saperlo) tre dei principi più solidi della psicologia della prestazione.

C’è una frase che il ct della Nazionale maschile di volley, Ferdinando De Giorgi, ripete con naturalezza da settimane: concentrarsi su ciò che la squadra ha a disposizione, non su ciò che manca. Detta così, suona come una delle tante massime motivazionali che affollano lo sport. Ma se la si osserva da vicino, con gli strumenti della psicologia della prestazione, quella frase è tutt’altro che generica: è la sintesi pratica di meccanismi mentali misurati, studiati e replicati da decenni di ricerca. E il bello è che possiamo vederli funzionare in tempo reale, partita dopo partita, in un percorso che ha portato gli azzurri a chiudere la fase a gironi degli Europei 2026 con cinque vittorie su cinque.
La partita che spiega tutto: Italia-Slovenia
Il caso più chiaro è la sfida che ha chiuso il girone. Sul 2-0 per l’Italia, De Giorgi manda in campo le seconde linee. La Slovenia rimonta fino al quinto set, sul filo del rasoio. Poi, al tie-break, sono proprio i subentrati a chiudere il match. Non i titolari, non i “soliti nomi”: chi era entrato in un momento di vantaggio apparentemente tranquillo si è ritrovato a gestire la pressione più alta della partita, e ha risposto.
Perché è successo? Non per caso, e non solo per talento. Tre meccanismi psicologici spiegano perché una squadra regge — o crolla — in un momento così.
1. Il cervello sotto pressione va a cercare le minacce (e va rieducato)
Quando la tensione sale, la nostra attenzione non si comporta in modo neutro: tende a essere catturata automaticamente da tutto ciò che percepiamo come minaccia. Uno psicologo lo chiamerebbe un bias attentivo verso lo stimolo minaccioso, ed è al centro della Attentional Control Theory di Michael Eysenck e Nazanin Derakshan, una delle teorie più citate su ansia e prestazione.
Tradotto in campo: se la squadra non è guidata, nel momento di difficoltà l’attenzione dei giocatori tende a spostarsi da soli, e automaticamente, sul problema — la rimonta avversaria, l’errore appena fatto, il pubblico che si accende — sottraendo risorse mentali a ciò che serve davvero, cioè eseguire il gesto tecnico successivo. Dichiarare in continuazione “guardiamo a cosa abbiamo” è, in questi termini, un modo per allenare in anticipo l’attenzione a restare sul compito invece che sulla minaccia. Non elimina la pressione: cambia dove va a sbattere.
Quello che mi interessa è migliorare la qualità del gioco ma anche la capacità di reagire alle difficoltà, perché in un torneo lungo è importantissimo — Ferdinando De Giorgi
2. Due modi di reagire a un problema — e uno funziona meglio sotto pressione
Negli anni Ottanta, gli psicologi Richard Lazarus e Susan Folkman hanno distinto due grandi famiglie di risposte allo stress. Da un lato ci sono le strategie di evitamento: minimizzare il problema, distrarsi, sperare che passi da solo. Dall’altro le strategie di avvicinamento: affrontare attivamente la causa dello stress, cercando soluzioni concrete. La ricerca sportiva successiva ha confermato più volte che, sotto pressione agonistica, le strategie di avvicinamento sono associate a prestazioni più stabili, mentre l’evitamento tende a produrre ansia che si accumula invece di scaricarsi.
“Cosa abbiamo” è, semanticamente, una domanda di avvicinamento: non nega il problema (un giocatore non al meglio, un set perso, una rimonta avversaria), ma sposta subito l’attenzione della squadra sulla soluzione disponibile in quel momento. È la differenza tra subire un problema e usarlo come punto di partenza per una decisione.
3. Un gruppo che crede in sé stesso non dipende da un solo eroe
Albert Bandura, uno degli psicologi più influenti del Novecento, ha dimostrato che la fiducia nelle proprie capacità — la cosiddetta autoefficacia — si costruisce soprattutto in quattro modi: vivendo esperienze di successo, osservando gli altri riuscire, ricevendo un rinforzo verbale credibile da una fonte autorevole, e imparando a leggere in modo corretto la propria attivazione fisiologica sotto stress.
Il terzo canale — il rinforzo verbale — è esattamente ciò che fa un allenatore quando comunica ai suoi giocatori, con costanza e non solo nei momenti facili, che le risorse a disposizione bastano. E se questo messaggio viene rivolto a tutto il gruppo squadra e non solo ai titolari, l’effetto è che l’autoefficacia si distribuisce: quando entrano in campo i sostituti, come è successo contro la Slovenia, non si portano dietro la sensazione di essere un ripiego, ma quella di essere parte della stessa squadra allenata a fidarsi delle proprie risorse.
Perché non basta “risolvere i problemi” e basta
Si potrebbe obiettare: in fondo, ogni squadra cerca di risolvere i problemi che incontra. La differenza è nel momento in cui interviene questo tipo di comunicazione. Un allenatore che parla di risorse disponibili solo dopo che il problema è esploso sta facendo gestione dell’emergenza. Chi lo fa costantemente, come dichiarazione di metodo, sta invece costruendo in anticipo il clima mentale della squadra — cambia cioè come i giocatori percepiscono le difficoltà ancora prima che si presentino, non solo come reagiscono quando arrivano.
Cosa possiamo portarci a casa
Non serve allenare una nazionale di volley per applicare questi principi. Valgono per uno sportivo alle prime armi, per un allenatore di settore giovanile, per chiunque debba gestire un gruppo sotto pressione — sportivo o no:
- Nominare le risorse a voce alta, non solo i problemi. Prima di una prestazione importante, chiedersi e chiedere al gruppo “cosa abbiamo a disposizione” sposta l’attenzione dal rischio alla soluzione.
- Allenare tutti, non solo i titolari. L’autoefficacia di squadra si costruisce dando a ciascuno, non solo ai più forti, esperienze reali di riuscita.
- Farlo prima, non durante l’emergenza. Il clima mentale si costruisce negli allenamenti e nei momenti tranquilli: nel momento critico, si può solo raccogliere ciò che è stato seminato prima.
Conclusione
Una frase ripetuta con convinzione da un commissario tecnico può sembrare un dettaglio di colore in un’intervista post-partita. Ma quando la si osserva con gli strumenti giusti, si scopre che dietro quella frase c’è un metodo coerente con alcune delle scoperte più solide della psicologia della prestazione. Il percorso a punteggio pieno della Nazionale, con il suo momento più delicato risolto proprio da chi era entrato dalla panchina, non è solo un buon risultato sportivo: è un caso di studio su come si costruisce, giorno per giorno, la tenuta mentale di un gruppo.
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Riferimenti scientifici
Eysenck, M. W., Derakshan, N., Santos, R., & Calvo, M. G. (2007). Anxiety and cognitive performance: Attentional control theory. Emotion, 7(2), 336–353. https://doi.org/10.1037/1528-3542.7.2.336 https://psycnet.apa.org/record/2007-06782-011
Lazarus, R. S., & Folkman, S. (1984). Stress, Appraisal, and Coping. New York: Springer Publishing Company.
Bandura, A. (1997). Self-Efficacy: The Exercise of Control. New York: W. H. Freeman and Company.
