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Autore Fabio Zarra

01 — IL FATTO
Un lavoro psicologico dichiarato, non un’ipotesi
Sylla non ha mai fatto mistero del proprio rapporto con il supporto psicologico. In un’intervista rilasciata a Rivista Undici dopo la vittoria del Mondiale di Bangkok 2025 (Italia-Turchia 3-2 in finale), ha raccontato che la sua psicologa sportiva era presente lungo tutto il torneo: «Anche durante il Mondiale la mia psicologa è stata presente, e la devo ringraziare perché è stata impeccabile». Nella stessa occasione ha definito quel titolo la chiusura di un peso emotivo portato per otto anni — un riferimento alla finale mondiale del 2018 persa contro la Serbia. In una successiva intervista al podcast The BSMT di Gianluca Gazzoli, ha aggiunto di aver intrapreso, nell’estate 2025, un percorso specifico con la sua psicologa per lavorare sulla propria capacità di riconoscersi il merito dei risultati raggiunti, invece di rincorrere sempre l’obiettivo successivo.
È in questo contesto di lavoro psicologico dichiarato e continuativo — ma senza che l’atleta abbia mai descritto pubblicamente nel dettaglio le tecniche specifiche utilizzate — che si può ragionevolmente collocare l’uso dell’imagery come possibile componente della sua preparazione pre-partita. Non essendo questa pratica specifica documentata da fonti dirette dell’atleta, la trattiamo qui come premessa di lavoro per illustrare cosa dice la ricerca scientifica su questa tecnica e su come, plausibilmente, potrebbe inserirsi nel suo percorso di preparazione mentale.
02 — COS’È DAVVERO L’IMAGERY, DAL PUNTO DI VISTA SCIENTIFICO
Non una semplice visualizzazione
L’imagery — spesso tradotta impropriamente come “semplice visualizzazione” — è definita nella letteratura come la creazione o ricreazione di un’esperienza nella mente a partire da informazioni immagazzinate in memoria, capace di coinvolgere non solo la vista ma anche l’udito, le sensazioni cinestetiche e persino le emozioni associate al gesto sportivo. Il modello teorico di riferimento resta quello di Paivio (1985), che ha proposto una distinzione fondamentale, ancora oggi alla base di quasi tutta la ricerca successiva: l’imagery può svolgere una funzione cognitiva (il ripasso mentale di abilità tecniche o strategie di gioco) oppure una funzione motivazionale (la costruzione di stati emotivi, obiettivi o senso di controllo), e ciascuna di queste due funzioni può operare a un livello generale o specifico.
Questo schema è stato ampliato da Hall, Mack, Paivio e Hausenblas (1998), che hanno sviluppato il Sport Imagery Questionnaire identificando cinque funzioni distinte usate dagli atleti: immagini cognitive specifiche (il ripasso mentale di un gesto tecnico preciso, ad esempio la battuta o l’attacco), cognitive generali (schemi tattici e strategie), motivazionali specifiche (obiettivi di prestazione, come vincere un punto o una partita), motivazionali generali legate all’attivazione (la gestione dell’ansia e dell’arousal pre-gara), e motivazionali generali legate alla padronanza — la cosiddetta MG-M, ovvero la capacità di immaginarsi calmi, sicuri di sé e in pieno controllo della situazione competitiva.
03 — PERCHÉ “COME” SI FA IMAGERY CONTA QUANTO “SE” LA SI FA
Il modello PETTLEP di Holmes e Collins
Una parte importante della letteratura più recente si è concentrata non tanto sul chiedersi se l’imagery funzioni, quanto su come renderla davvero efficace. Il contributo più influente su questo fronte è il modello PETTLEP di Holmes e Collins (2001) — uno degli articoli più citati nella storia della rivista — secondo cui l’immaginazione motoria produce benefici tanto più concreti quanto più riesce a replicare fedelmente le condizioni reali della prestazione. L’acronimo indica sette elementi da curare in un intervento di imagery efficace: aspetto fisico (assumere la stessa postura che si avrebbe in campo, non restare rilassati su una sedia), ambiente (immaginare lo stesso contesto fisico della gara), compito (riprodurre lo stesso gesto specifico), tempistica (in tempo reale, non al rallentatore), apprendimento (aggiornare l’immagine mentale mano a mano che l’abilità tecnica evolve), emozione (includere la stessa attivazione emotiva della gara reale, evitando però stati d’ansia disfunzionali) e prospettiva (immaginarsi dall’interno del proprio corpo o dall’esterno, come farebbe una telecamera).
| In parole semplici. È la differenza tra immaginare in astratto “un buon attacco” e rivivere mentalmente, in piedi, con gli stessi rumori del palazzetto e la stessa tensione muscolare che si avrebbe davvero, la rincorsa, il salto e il gesto della schiacciata, in tempo reale. Più l’immagine mentale assomiglia all’esperienza fisica, più il cervello la tratta come un allenamento vero e proprio. |
Applicata a una schiacciatrice come Sylla, questa cornice teorica suggerisce che un’imagery efficace prima di una partita internazionale non consista semplicemente nel “pensare positivo”, ma nel ricostruire mentalmente, con la massima fedeltà sensoriale possibile, la sequenza specifica del proprio gesto d’attacco, nello stesso contesto ambientale e con lo stesso livello di attivazione fisiologica che si sperimenterà davvero in campo.
04 — IL COLLEGAMENTO PIÙ DELICATO: IMAGERY, FIDUCIA E VECCHIE FERITE
Cosa dice la ricerca sulla funzione MG-M
Il punto più interessante, per il caso specifico di Sylla, riguarda proprio la funzione motivazionale generale-padronanza (MG-M) descritta sopra. Uno studio sperimentale di Callow, Hardy e Hall (2001), condotto su quattro giovani giocatrici di badminton di alto livello attraverso un disegno a baseline multipla, ha testato un intervento di imagery MG-M mirato ad aumentare la fiducia sportiva delle atlete prima delle competizioni internazionali e nazionali. I risultati, va detto con onestà, non sono stati uniformemente positivi: due atlete su quattro hanno mostrato un aumento significativo della fiducia sportiva attribuibile all’intervento, una ha mostrato addirittura una diminuzione, e la quarta un effetto ritardato e meno netto. Lo studio, pur restando un riferimento fondamentale per la funzione MG-M dell’imagery, ricorda che l’efficacia di questa tecnica non è automatica né uguale per tutti gli atleti: dipende dalla qualità dell’implementazione, dalla vividezza dell’immagine mentale costruita e, probabilmente, da caratteristiche individuali che la ricerca non ha ancora isolato del tutto.
Per un’atleta che, per sua stessa ammissione, ha portato con sé per otto anni il peso psicologico di una sconfitta non del tutto elaborata, un lavoro di imagery orientato alla padronanza — immaginarsi calma, efficace, in controllo nei momenti di pressione — rappresenta uno strumento coerente con l’obiettivo dichiarato di costruire una maggiore stabilità di fiducia in sé: non tanto cancellare il ricordo di un episodio doloroso, quanto costruire, ripetutamente e in modo vivido, un’alternativa mentale in cui quello stesso tipo di momento viene gestito con sicurezza.
05 — COSA PUÒ PORTARE IN PALESTRA CHI LAVORA CON ATLETI D’ÉLITE
Quattro direzioni concrete per il lavoro
Per psicologi dello sport e mental coach che seguono atleti reduci da un episodio di sconfitta pesante o alle prese con obiettivi di lungo periodo, questa letteratura suggerisce alcune direzioni concrete:
- Costruire l’immagine con la stessa fedeltà sensoriale della gara reale: postura, ambiente sonoro, attivazione fisiologica — non una visualizzazione rilassata da poltrona.
- Aggiornare regolarmente lo script di imagery man mano che la tecnica dell’atleta evolve, invece di ripetere sempre la stessa immagine mentale.
- Monitorare l’effetto individuale dell’intervento MG-M invece di darlo per scontato: come mostra lo studio di Callow e colleghi, la stessa tecnica può funzionare in modo molto diverso da atleta ad atleta.
- Usare l’imagery di padronanza come costruzione di un’alternativa mentale a un episodio doloroso, non come cancellazione del ricordo: l’obiettivo è la gestione futura del momento critico, non la rimozione del passato.
06 — IL PUNTO
Una lettura, non un protocollo clinico
Va ribadito un limite metodologico importante di questo articolo: non abbiamo una fonte diretta e pubblica in cui Sylla descriva nel dettaglio la propria pratica di imagery, il tipo di funzione (cognitiva o motivazionale) che privilegia, né la struttura della sua routine pre-partita. Quello che abbiamo — il suo lavoro dichiarato con una psicologa sportiva, il racconto esplicito di un peso psicologico elaborato nel tempo, la scelta di parlarne pubblicamente con naturalezza — è coerente con l’ipotesi che tecniche di imagery, in una qualche forma, facciano parte del suo bagaglio di preparazione mentale, come accade ormai per la maggior parte degli atleti di livello internazionale seguiti da uno staff psicologico strutturato. Ma la corrispondenza esatta tra la sua pratica specifica e i modelli teorici qui presentati resta, a beneficio del lettore più attento, un’inferenza plausibile e non un dato verificato.
Quello che la psicologia dello sport può offrire con certezza, invece, è la cornice scientifica per capire perché “vedere” mentalmente un buon attacco, prima ancora di eseguirlo fisicamente, non sia una superstizione da spogliatoio ma una tecnica con quarant’anni di ricerca alle spalle — utile, se ben costruita, esattamente nei momenti in cui la posta in gioco, come agli imminenti Europei, si fa più alta.
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RIFERIMENTI SCIENTIFICI
- Paivio, A. (1985). Cognitive and motivational functions of imagery in human performance. Canadian Journal of Applied Sport Sciences, 10(4), 22S–28S.
- Hall, C. R., Mack, D. E., Paivio, A., & Hausenblas, H. A. (1998). Imagery use by athletes: Development of the Sport Imagery Questionnaire. International Journal of Sport Psychology, 29, 73–89.
- Holmes, P. S., & Collins, D. J. (2001). The PETTLEP approach to motor imagery: A functional equivalence model for sport psychologists. Journal of Applied Sport Psychology, 13(1), 60–83. DOI: 10.1080/10413200109339004
- Callow, N., Hardy, L., & Hall, C. (2001). The effect of a motivational general-mastery imagery intervention on the sport confidence of four high-level junior badminton players. Research Quarterly for Exercise and Sport, 72(4), 389–400. DOI: 10.1080/02701367.2001.10608975
Fonti giornalistiche: Rivista Undici (16 ottobre 2025), “Il Mondiale era un conto in sospeso e l’ho vinto con la squadra più forte di sempre”, intervista a Myriam Sylla; LeccoToday (21 ottobre 2025), “Myriam Sylla si racconta: il Mondiale, la vittoria più bella, chiuso un cerchio”; PalermoToday (21 ottobre 2025), intervista al podcast The BSMT di Gianluca Gazzoli; OA Sport (25 giugno 2026), “Egonu, Orro e Sylla tornano dalle vacanze: rientro in gruppo con l’Italia”.
