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Sport Psychology Center · sportpsychologycenter.com
Nel giugno 2026 due immagini si sono rincorse nel giro di pochi giorni. Da un lato Omar Artan, arbitro somalo di 34 anni, premiato come miglior direttore di gara africano del 2025 e inserito dalla FIFA tra gli ufficiali designati per il Mondiale: trattenuto a lungo ai controlli d’immigrazione all’arrivo negli Stati Uniti e poi rimandato indietro, di fatto escluso dal torneo. Dall’altro la UEFA che, pochi giorni dopo, lo ha chiamato a dirigere la Supercoppa europea del 12 agosto a Salisburgo, con una motivazione netta del presidente Aleksander Čeferin: « il calcio è fatto per unire le persone ».
Sullo sfondo, nelle stesse ore, le strade di Belfast erano attraversate da giorni di violenze contro i migranti, esplose dopo un grave fatto di cronaca. Tre fotogrammi diversi che raccontano la stessa tensione di fondo: la spinta a escludere chi percepiamo come « altro », e la capacità dello sport di ricucire. Per chi si occupa di psicologia dello sport, questa non è solo cronaca: è un laboratorio a cielo aperto di alcuni dei meccanismi più studiati delle scienze sociali.
Perché dividere il mondo in « noi » e « loro » è così facile
Categorizzare è un’operazione mentale automatica ed economica: il nostro cervello semplifica la complessità sociale raggruppando le persone in categorie. La teoria dell’identità sociale ha mostrato come, una volta tracciato il confine tra il « gruppo a cui appartengo » (in-group) e il « gruppo degli altri » (out-group), tendiamo quasi inevitabilmente a favorire i primi e a guardare i secondi con maggiore diffidenza. Non serve un odio profondo: basta la categoria.
È questo automatismo che spiega come un singolo episodio possa trasformarsi in fretta in un nemico collettivo, e come la paura possa diventare ostilità verso un’intera comunità. La buona notizia è che la stessa flessibilità cognitiva che traccia quei confini può anche ridisegnarli. E qui entra in gioco lo sport.
Il contatto che riduce il pregiudizio: oltre settant’anni di evidenze
Nel 1954 lo psicologo Gordon Allport formulò l’ipotesi del contatto: in condizioni adeguate, il contatto diretto tra membri di gruppi diversi riduce il pregiudizio reciproco. Per decenni l’idea è stata discussa, finché la meta-analisi di Pettigrew e Tropp (2006) — 515 studi, oltre 250.000 partecipanti — ne ha confermato la solidità: il contatto intergruppo è associato in modo affidabile a una minore ostilità (effetto medio r = −.21), un risultato che si è dimostrato sorprendentemente universale, trasversale a età, generi e culture.
Allport indicava quattro condizioni che favoriscono questo effetto: pari status tra i gruppi nella situazione, obiettivi comuni, cooperazione e sostegno di istituzioni o autorità riconosciute. La ricerca successiva ha precisato un punto importante: queste condizioni facilitano il risultato ma non sono indispensabili — il contatto tende a funzionare anche quando non sono tutte presenti.
Ma come funziona? Una seconda meta-analisi di Pettigrew e Tropp (2008) ha isolato tre meccanismi: il contatto aumenta la conoscenza reciproca, riduce l’ansia verso l’altro gruppo e accresce l’empatia e la capacità di assumere il punto di vista altrui. I due fattori emotivi — meno ansia, più empatia — pesano più della sola conoscenza. Ed è esattamente questo che accade in uno spogliatoio: si condivide la fatica, ci si fida nei momenti decisivi, si impara a leggere l’altro.
Dalla maglia al « noi » allargato
Il modello dell’identità in-group comune di Gaertner e Dovidio aggiunge un tassello decisivo. Quando persone di provenienze diverse iniziano a condividere uno scopo — vincere insieme, indossare gli stessi colori — i confini mentali si spostano: « noi e loro » diventa un « noi » più ampio. È il fenomeno della ricategorizzazione. La squadra è forse il dispositivo sociale più efficiente per produrlo: una maglia, un obiettivo comune, una sorte condivisa.
Un dettaglio che la ricerca sottolinea: ricategorizzarsi non significa cancellare le proprie origini. Funziona meglio l’identità duale, in cui ci si sente pienamente parte della squadra senza rinunciare alla propria storia, cultura o appartenenza. Lo sport, ai suoi livelli migliori, non chiede di sparire: chiede di giocare insieme rimanendo sé stessi.
Una precisazione necessaria: lo sport non è inclusivo « per natura »
Sarebbe disonesto dipingere lo sport come una soluzione automatica. Le revisioni sistematiche più recenti sull’uso dello sport per l’integrazione di gruppi svantaggiati — migranti, rifugiati, minoranze — mostrano un quadro più sfumato: lo sport può includere ma anche escludere. In contesti molto competitivi può perfino rinforzare lo stigma, e la sola partecipazione a club multietnici non basta, da sola, a modificare gli atteggiamenti verso l’altro gruppo (Theeboom e colleghi, 2012).
Il messaggio per chi lavora nello sport è chiaro e responsabilizzante: l’inclusione non è un effetto collaterale garantito, ma il risultato di ambienti progettati bene — dove il pari status è reale, gli obiettivi sono davvero condivisi, la cooperazione è strutturata e l’autorità (allenatore, società, federazione) sostiene apertamente il valore dell’accettazione. Sono, di nuovo, le condizioni di Allport. Non magia: metodo.
Il gesto della UEFA, letto con la psicologia
Proprio qui si comprende la portata della scelta di affidare ad Artan la Supercoppa europea. Al di là del valore umano, è un esempio quasi da manuale dell’ultima condizione di Allport: il sostegno dell’autorità. Quando un’istituzione riconosciuta legittima pubblicamente l’inclusione, non compie solo un gesto simbolico: sposta la norma sociale, segnala cosa è accettabile e cosa no, e offre un modello di comportamento a milioni di persone.
È il rovescio esatto della dinamica vista a Belfast. Dove la paura collettiva costruisce un nemico, un’autorità sportiva può ricordare — con un gesto concreto e visibile — che il merito e la competenza non hanno passaporto. Non è una posizione politica di parte: è la traduzione pratica di ciò che la ricerca documenta da settant’anni.
Ritrovare equilibrio e accettazione
Lo sport non risolve da solo le fratture sociali, e sarebbe ingenuo pretenderlo. Ma offre qualcosa di raro: uno spazio in cui il contatto, la cooperazione e l’obiettivo comune si producono in modo naturale, ad alta intensità emotiva e su larga scala. È una palestra di convivenza, dove si può imparare a ridurre l’ansia verso l’altro, ad accrescere l’empatia, a trasformare il « loro » in un « noi » senza cancellare nessuno. Per lo psicologo dello sport questo apre un compito preciso: aiutare società, allenatori e atleti a costruire quegli ambienti — non lasciarli al caso. Perché l’accettazione, quando le condizioni sono giuste, non è un buon proposito: è un risultato misurabile. E in settimane come questa, ricordarlo non è retorica. È scienza applicata al campo.
Riferimenti scientifici
Allport, G. W. (1954). The Nature of Prejudice. Addison-Wesley.
Pettigrew, T. F., & Tropp, L. R. (2006). A meta-analytic test of intergroup contact theory. Journal of Personality and Social Psychology, 90(5), 751–783.
Pettigrew, T. F., & Tropp, L. R. (2008). How does intergroup contact reduce prejudice? Meta-analytic tests of three mediators. European Journal of Social Psychology, 38(6), 922–934.
Gaertner, S. L., Dovidio, J. F., Anastasio, P. A., Bachman, B. A., & Rust, M. C. (1993). The common ingroup identity model: Recategorization and the reduction of intergroup bias. European Review of Social Psychology, 4(1), 1–26.
Gaertner, S. L., & Dovidio, J. F. (2000). Reducing Intergroup Bias: The Common Ingroup Identity Model. Psychology Press.
Theeboom, M., Schaillée, H., & Nols, Z. (2012). Social capital development among ethnic minorities in mixed and separate sport clubs. International Review for the Sociology of Sport, 47(1), 1–21.
Nota sui fatti di cronaca
Gli episodi citati (la designazione di Omar Artan per la Supercoppa UEFA dopo l’esclusione dal Mondiale 2026, e i disordini di Belfast del giugno 2026) sono stati verificati su fonti giornalistiche primarie (UEFA, Sky Sport, Ansa, Il Post, Eurosport).
