Serena Williams torna in campo a 44 anni.
3 Giugno 2026«Le stelle erano dalla nostra parte»: superstizione, routine pre-gara e il vero motore della prestazione
6 Giugno 2026Studente-atleta Scuola. Il caso Tara Dragaš e ciò che troppo spesso dimentichiamo sulla vera funzione della scuola
Editoriale di Fabio Zarra — psicologo dello sport, Sport Psychology Center
In questi giorni una notizia ha acceso il dibattito e, lo ammetto, ha toccato una corda che mi porto dentro da anni. Tara Dragaš, diciannove anni, ginnasta delle Fiamme Oro e dell’ASU Udine, mentre rappresentava l’Italia agli Europei di ginnastica ritmica di Varna — settimo posto nel concorso generale, quarto alla palla, a un soffio dal podio continentale — ha scoperto di non essere stata ammessa all’esame di maturità. A pesare sulla decisione, per sua stessa testimonianza, anche un quattro in Discipline Sportive.

Fermiamoci un istante su questo cortocircuito: la materia che dovrebbe valorizzare più di ogni altra chi dedica la vita allo sport diventa una delle ragioni per cui un’atleta azzurra non viene ammessa all’esame. È il tipo di paradosso che dovrebbe farci interrogare non sulla singola pagella, ma su come pensiamo la scuola.
Voglio essere chiaro fin da subito: non scrivo per processare un istituto né i suoi docenti. Non conosco tutti gli atti, e una valutazione ha sempre dietro un consiglio di classe, dei criteri, una storia che dall’esterno non si vede per intero. La vicenda, però, è l’occasione per una riflessione più larga, che riguarda tutti noi.
Da dove parlo
Da oltre dieci anni faccio lo psicologo dello sport. Ma il punto di vista che mi sta più a cuore qui è un altro: per anni sono stato responsabile della foresteria del settore giovanile di una società di Serie A. Ho vissuto fianco a fianco, ogni giorno, ragazzini di quattordici, quindici, sedici anni lontani da casa, sospesi tra gli allenamenti e i compiti, tra il sogno e la verifica del giorno dopo. Ho seguito da vicino il dialogo — spesso fecondo, a volte difficilissimo — tra gli studenti-atleti e la scuola.
Ho anche avuto la fortuna di partecipare, insieme ad altri responsabili, alla stesura del Progetto Studente-atleta con il segretario all’istruzione, e di un piano formativo personalizzato dedicato proprio agli studenti-atleti nelle scuole. So quindi, per esperienza diretta, due cose: che questi ragazzi portano un carico enorme, e che la scuola può sostenerli senza rinunciare a nulla del suo rigore.
A cosa serve la scuola
Ci dimentichiamo spesso qual è il compito della scuola. Certo, formare sul piano didattico e accademico: trasmettere conoscenze, metodo, pensiero critico. Quella è la sua spina dorsale e non va indebolita. Ma la scuola è anche, e soprattutto, il luogo dove una persona cresce. Dove un adolescente viene accompagnato a diventare adulto, preparato ad affrontare il mondo e la vita.
Ecco il punto che vorrei sottolineare con forza: anche lo sport ha esattamente questa funzione, e la anticipa. Un giovane atleta agonista, già a quindici o sedici anni, sperimenta sulla propria pelle quello che la maggior parte dei coetanei incontrerà solo molti anni dopo. Vive di aspettative e di richieste. È sottoposto a un giudizio costante — un voto, un cronometro, una classifica, ogni settimana. Si confronta quotidianamente con un mondo di adulti che gli chiedono attenzione, disciplina, risposte efficaci. È già dentro, di fatto, una dimensione lavorativa fatta di pressione, scadenze e responsabilità.
Questi ragazzi non chiedono sconti. Chiedono di essere visti per intero.
Il paradosso più grande
E qui sta l’aspetto che trovo più stridente. Non è che il riconoscimento dello studente-atleta sia un’utopia da costruire: lo Stato lo prevede già. Il Progetto sperimentale “Studente-atleta di alto livello” del Ministero — nato con il D.M. 279/2018 e proseguito con il D.M. 43/2023, in collaborazione con il Dipartimento per lo Sport, il CONI, il CIP e Sport e Salute — mette nero su bianco il diritto allo studio e il successo formativo di chi pratica sport ad alto livello. Lo strumento esiste e ha un nome: il Progetto Formativo Personalizzato, con tanto di tutor scolastico e tutor sportivo. E sopra a tutto questo ci sono ormai anche le Linee guida nazionali sulla doppia carriera, in linea con quelle europee.
Gli strumenti, insomma, ci sono. Quello che a volte manca non è la norma: è la cultura per applicarla. Quando — secondo quanto riferito dalla famiglia — a chi chiede di conciliare le date d’esame con un appuntamento della Nazionale si risponde “perché non spostate l’Europeo?”, il problema non è burocratico. È di mentalità. È l’idea che lo sport sia un capriccio da incastrare nei ritagli, e non una parte legittima e formativa del percorso di crescita di un ragazzo.
Non chiedo sconti, chiedo equità
Mettiamo le cose in chiaro, perché qui si fraintende facilmente. Non sto dicendo che a un atleta vada regalato il diploma. Non sto chiedendo di abbassare l’asticella didattica, né che qualcuno venga promosso “perché campione”. Sarebbe un favore inutile, e gli atleti per primi non lo vogliono: sono abituati a guadagnarsi tutto. Quello che chiedo è equità — che è una cosa diversa dall’uguaglianza formale. Equità significa riconoscere il punto di partenza di ciascuno e mettere ognuno nelle condizioni di dare il meglio. Significa che la scuola, nella sua funzione educativa, sa vedere la mole di esperienza, sacrificio e maturità che un giovane atleta porta con sé, e la integra invece di ignorarla. Un quattro in Discipline Sportive a chi indossa la maglia azzurra non è severità: è il segnale che, da qualche parte, il dialogo tra istituzione e ragazza si è interrotto.
Lo scopo ultimo
C’è una frase che mi accompagna in tutto il lavoro con i giovani: lo scopo ultimo della scuola non è separare chi ce la fa da chi non ce la fa. È far crescere l’individuo.
Una bocciatura, in sé, non è un dramma né necessariamente un’ingiustizia: a volte è la cosa giusta. Ma diventa un problema quando arriva come una porta che si chiude invece che come una mano che accompagna; quando comunica a un ragazzo “non sei abbastanza” proprio mentre quel ragazzo sta dando all’Italia una delle sue settimane migliori. Tara, va detto, ha reagito da campionessa: ha già dichiarato che l’anno prossimo concluderà la quinta, affronterà la maturità e inizierà l’università. Bene. Ma non dovremmo aver bisogno che siano i diciannovenni a insegnare a noi adulti come ci si rialza.
La scuola deve essere il luogo dove un giovane impara a stare al mondo, non quello dove sperimenta per la prima volta una sconfitta amministrata da chi avrebbe il compito di farlo crescere. Sostenere e pretendere non sono in contraddizione: sono la stessa cosa, fatta bene.
Perché un’istituzione educativa si misura non da quanti riesce a fermare, ma da quanti riesce ad accompagnare.
Questo è un editoriale e riflette l’opinione personale dell’autore, maturata in oltre dieci anni di lavoro con atleti e settori giovanili. I fatti citati sono tratti da fonti di cronaca e dalle dichiarazioni pubbliche dell’atleta.
Sport Psychology Center : www.sportpsychologycenter.com
