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8 Giugno 2026Dopo la vittoria dell’Italia sul Lussemburgo, il commissario tecnico ad interim Silvio Baldini ha affidato il merito anche alle stelle. Un’espressione che offre lo spunto per distinguere — alla luce della letteratura scientifica — tra pensiero scaramantico e routine di preparazione alla prestazione.

Lo spunto
Dopo l’1-0 dell’Italia sul Lussemburgo, nell’amichevole del 3 giugno 2026, il commissario tecnico ad interim Silvio Baldini ha dichiarato ai microfoni della Rai di sapere che la squadra avrebbe vinto, perché «le stelle erano dalla nostra parte». Il riferimento ci apre una riflessione sulla superstizione legata allo sport.
Non è nostra intenzione commentare il tono né l’espressione, che appartiene al linguaggio colloquiale e affettivo di chi vive lo sport con passione. Ci interessa invece il riferimento — diffusissimo negli spogliatoi di tutto il mondo — al pensiero scaramantico, e la domanda scientifica che esso solleva: la superstizione aiuta davvero la prestazione? E, soprattutto, va confusa con la routine pre-gara, che è cosa ben diversa? La distinzione non è accademica: riguarda dove l’atleta colloca il merito di ciò che gli accade, e quindi quanto continuerà a investire in allenamento, consapevolezza e tenacia.
Che cos’è la superstizione nello sport
In psicologia, la superstizione è la convinzione che un’azione o un oggetto privi di legame causale con l’esito possano comunque influenzarlo: toccare l’erba prima di entrare in campo, indossare sempre lo stesso indumento, allacciare prima la scarpa sinistra. È una forma di causazione magica. Le sue radici comportamentali furono descritte da Skinner (1948), che osservò come i piccioni sviluppassero condotte ripetitive del tutto inutili quando il cibo veniva erogato a intervalli casuali: l’animale associava per coincidenza un proprio movimento alla ricompensa e lo replicava. Lo stesso meccanismo, negli esseri umani, trasforma una coincidenza fortunata — una vittoria arrivata indossando una certa maglia — in una regola privata da rispettare.
Perché gli atleti vi ricorrono: incertezza, importanza e tensione
La scaramanzia non compare a caso. In uno studio condotto su sportivi di alto livello, Schippers e Van Lange (2006) hanno mostrato che l’adesione ai rituali aumenta in due circostanze precise: quando l’esito è incerto e quando la gara è importante. L’elemento che lega entrambe le condizioni al rituale è la tensione psicologica: il rito agisce come un regolatore dell’ansia, una sorta di placebo che restituisce un senso di controllo in situazioni vissute come imprevedibili. Non a caso, gli atleti con un locus of control esterno — chi tende ad attribuire gli eventi a forze fuori dal proprio dominio — risultavano più legati ai rituali rispetto a chi percepisce gli esiti come dipendenti dal proprio operato.
La superstizione «funziona»? Il caso del portafortuna
Qui la scienza impone prudenza, e questo è esattamente il punto in cui un’analisi credibile si distingue dal racconto suggestivo. Uno studio molto citato di Damisch, Stoberock e Mussweiler (2010) riportò che attivare una superstizione — credere di avere una «pallina fortunata», incrociare le dita — migliorava la prestazione in compiti di golf, destrezza, memoria e anagrammi, e che l’effetto passava per un aumento della autoefficacia percepita. In altre parole: non era l’oggetto a fare la differenza, ma la fiducia che esso induceva.
Tuttavia, repliche successive ad alta potenza statistica non hanno confermato quel risultato. Calin-Jageman e Caldwell (2014) hanno ripetuto l’esperimento del golf con campioni più ampi e disegni più rigorosi, trovando che i partecipanti «con la pallina fortunata» rendevano in modo pressoché identico ai controlli; la loro meta-analisi segnalava un effetto eterogeneo e sostanzialmente assente negli studi metodologicamente più solidi. La conclusione equilibrata è netta: l’eventuale beneficio della superstizione non risiede nell’oggetto o nel rito in sé, ma — quando esiste — nella sicurezza che la persona vi associa. È un effetto fragile, incostante e non controllabile.
Superstizione e routine pre-gara: una distinzione cruciale
Qui si gioca la differenza che conta. La routine pre-prestazione (pre-performance routine, PPR) è definita come una sequenza di pensieri e azioni rilevanti per il compito, che l’atleta esegue sistematicamente prima dell’azione (Cotterill, 2010). Non propizia la fortuna: prepara mente e corpo. I suoi meccanismi sono documentati — miglioramento dell’attenzione e dell’orientamento al compito, regolazione dell’ansia e dell’attivazione, pianificazione dell’azione, rinforzo dell’autoefficacia (Cotterill, 2010; Cohn, Rotella e Lloyd, 1990).
E, soprattutto, la routine ha un’efficacia misurabile. La meta-analisi di Rupprecht, Tran e Gröpel (2024), basata su 112 stime d’effetto, ha rilevato un effetto significativo seppur piccolo nei disegni pre-post (SMC = 0,31) e un effetto da moderato a grande nei disegni sperimentali, sia in condizioni di bassa pressione (g = 0,64) sia sotto pressione (g = 0,70). La routine, a differenza della scaramanzia, regge alla prova della replica e del confronto con un gruppo di controllo.
La tabella seguente riassume le differenze sul piano funzionale.
| Dimensione | Superstizione / scaramanzia | Routine pre-gara |
| Nesso con il compito | Assente o magico | Diretto e funzionale |
| Controllo percepito | Esterno (fortuna, destino, «stelle») | Interno (azione dell’atleta) |
| Obiettivo | Propiziare un esito favorevole | Preparare mente e corpo alla prestazione |
| Flessibilità | Rigida; l’omissione genera ansia | Adattabile; sostiene attenzione e calma |
| Evidenza di efficacia | Incerta e non replicata | Effetti positivi documentati (meta-analisi) |
Il rischio di affidarsi alle stelle: il locus of control
Il punto delicato non è l’espressione di un allenatore in un momento di gioia, ma ciò che accadrebbe se quella cornice mentale venisse interiorizzata dagli atleti. Attribuire la vittoria alle stelle significa collocare il merito fuori di sé. È la definizione stessa di locus of control esterno (Rotter, 1966): la convinzione che gli esiti dipendano da fortuna, destino o forze incontrollabili anziché dal proprio comportamento.
Il problema è duplice. Primo: deresponsabilizza. Se ho vinto perché le stelle erano dalla mia parte, allora il sacrificio quotidiano, la disciplina, l’allenamento e la lettura della gara contano meno di quanto dovrebbero — e domani, quando le stelle «non ci saranno», mi sentirò impotente. Secondo: erode l’autoefficacia, cioè la fiducia fondata nella propria capacità di organizzare ed eseguire le azioni necessarie a un risultato (Bandura, 1997), che è uno dei predittori più robusti della prestazione e della resilienza. La narrazione delle stelle, ripetuta, rischia di spostare l’attenzione dai veri motori della prestazione — preparazione, consapevolezza, tenacia — verso un fattore che l’atleta non può né allenare né controllare.
Dalla scaramanzia alla routine: un percorso applicativo
Il lavoro dello psicologo dello sport non consiste nel deridere i riti, ma nel trasformarne la funzione. La scaramanzia, in fondo, cerca di ottenere qualcosa di legittimo: calma, controllo, prontezza. La routine pre-gara offre la stessa rassicurazione, ma la àncora a elementi reali e governabili. In pratica significa:
- sostituire l’oggetto magico con azioni rilevanti per il compito (respirazione, attivazione, parola-chiave, immagine mentale dell’esecuzione);
- rendere la sequenza breve, stabile e ripetibile, così da costruire un automatismo che protegge la concentrazione sotto pressione;
- ricondurre il merito dell’esito all’interno — al lavoro fatto — così da rafforzare il locus of control interno e l’autoefficacia.
È questa la differenza tra una scaramanzia e un vero percorso di immersione e preparazione alla performance: la prima chiede qualcosa al cielo, la seconda costruisce qualcosa nell’atleta.
Conclusione
La fortuna è la storia che raccontiamo dopo; la preparazione è ciò che possiamo costruire prima. L’espressione di Baldini è, con ogni probabilità, solo un modo affettuoso di celebrare i suoi giovani. Ma per chi quei giovani li allena e li accompagna, vale la pena ricordare un principio che la ricerca conferma: le routine funzionano perché spostano il controllo dentro l’atleta, mentre la scaramanzia, nel migliore dei casi, gli presta una sicurezza che non gli appartiene. Le stelle, nello sport, si fabbricano sul campo di allenamento.
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Bibliografia
Bandura, A. (1997). Self-efficacy: The exercise of control. New York: W. H. Freeman.
Calin-Jageman, R. J., & Caldwell, T. L. (2014). Replication of the Superstition and Performance Study by Damisch, Stoberock, & Mussweiler (2010). Social Psychology, 45(3), 239–245. doi/link
Cohn, P. J., Rotella, R. J., & Lloyd, J. W. (1990). Effects of a cognitive-behavioral intervention on the pre-shot routine and performance in golf. The Sport Psychologist, 4(1), 33–42.
Cotterill, S. (2010). Pre-performance routines in sport: Current understanding and future directions. International Review of Sport and Exercise Psychology, 3(2), 132–153. doi/link
Damisch, L., Stoberock, B., & Mussweiler, T. (2010). Keep your fingers crossed! How superstition improves performance. Psychological Science, 21(7), 1014–1020. doi/link
Rotter, J. B. (1966). Generalized expectancies for internal versus external control of reinforcement. Psychological Monographs: General and Applied, 80(1), 1–28. doi/link
Rupprecht, A. G. O., Tran, U. S., & Gröpel, P. (2024). The effectiveness of pre-performance routines in sports: A meta-analysis. International Review of Sport and Exercise Psychology, 17(1), 39–64. (Prima pubblicazione online 2021). doi/link
Schippers, M. C., & van Lange, P. A. M. (2006). Superstition as a psychological placebo in top sport. Journal of Applied Social Psychology, 36, 2532–2553. doi/link
Skinner, B. F. (1948). “Superstition” in the pigeon. Journal of Experimental Psychology, 38(2), 168–172.
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