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24 Maggio 2026“Non chiedetemi le ragioni. Dentro di me, so che è il mio momento.” Dietro l’addio di Guardiola, il tecnico più vincente del club, c’è una delle decisioni più difficili – e più studiate – della psicologia: riconoscere quando è il momento di fermarsi.

Sport Psychology Center | Articolo di divulgazione scientifica | Tempo di lettura: ~9 minuti
Manchester, 22 maggio 2026. Pep Guardiola annuncia che lascia il City a fine stagione, chiudendo dieci anni di dominio che hanno cambiato il volto del calcio inglese. Aveva ancora un anno di contratto, fino al 2027, ma ha scelto di andarsene dodici mesi prima. La frase con cui lo ha spiegato è il punto di partenza ideale per un’analisi psicologica: “Non chiedetemi le ragioni per cui me ne vado. Non c’è una ragione, ma nel profondo so che è il mio momento. Niente è eterno”.
A prima vista è una notizia di mercato come tante. Ma se la si guarda con gli strumenti della psicologia delle decisioni, l’addio di Guardiola racconta qualcosa di molto più universale: la difficoltà di scegliere quando fermarsi. Va chiarito un punto, per onestà: Guardiola lascia il City in un momento in cui non è proprio all’apice assoluto del dominio in campionato – il City non vince la Premier League da due stagioni e quest’anno ha chiuso secondo dietro l’Arsenal. Ma se ne va comunque da vincente, avendo conquistato in questa stessa stagione il double delle coppe nazionali (FA Cup e Carabao Cup), con un anno di contratto ancora valido e con la società che lo avrebbe trattenuto volentieri. È questa la situazione psicologicamente interessante: non un addio forzato da un fallimento o da un esonero, ma una scelta presa mentre esistevano ragioni concrete per restare. È, paradossalmente, una delle decisioni più ardue che un essere umano possa prendere – e la ricerca scientifica spiega esattamente perché.
I numeri di un’era (e perché rendono tutto più difficile)
Per capire il peso della decisione, servono i numeri. In dieci anni a Manchester, Guardiola ha costruito un palmares che lo rende il tecnico più vincente nella storia del club.
| Trofeo | Conquiste al Manchester City |
| Premier League | 6 titoli (incluso il record di 100 punti nel 2018) |
| FA Cup | 3 |
| Coppa di Lega (Carabao Cup) | 5 |
| UEFA Champions League | 1 (parte del Treble 2023) |
| Coppa del Mondo per Club | 1 |
| Totale trofei | 20 in dieci anni |
Ecco il punto cruciale : più grande è ciò che si è costruito, più difficile diventa lasciarlo. Non per ragioni emotive vaghe, ma per un meccanismo cognitivo preciso che la psicologia delle decisioni conosce molto bene. Vale per un allenatore con venti trofei, ma anche per un manager d’azienda, un professionista affermato o chiunque abbia investito anni in un progetto. Si chiama sunk cost fallacy.
La trappola dei costi sommersi
La sunk cost fallacy – l’errore dei costi sommersi – descrive la nostra tendenza a portare avanti un’impresa solo perché vi abbiamo già investito tempo, energie o denaro, indipendentemente dal fatto che continuare convenga ancora. I costi sommersi sono risorse già spese e non recuperabili; eppure, irrazionalmente, ci spingono ad aumentare l’investimento invece di valutare lucidamente il presente.
Nelle decisioni di carriera, questo bias è particolarmente insidioso. Come spiega l’Office of Intramural Training della statunitense National Institutes of Health, si manifesta quando una persona resta ancorata a un percorso “perché ormai ho investito troppo per smettere”, anche di fronte a nuove informazioni che suggerirebbero il contrario. La soluzione, suggeriscono gli autori, è controintuitiva ma liberatoria: lo spreco non è ciò che ti lasci alle spalle, è ciò che hai davanti se continui sulla strada sbagliata.
Il “combo” più pericoloso: costi sommersi + identità
Nel suo libro Quit: The Power of Knowing When to Walk Away (2022), l’ex campionessa di poker e ricercatrice di scienze decisionali Annie Duke individua la versione più subdola della trappola: la combinazione tra costi sommersi e identità. Non è solo il tempo investito a tenerci ancorati, ma ciò che smettere “direbbe di noi”. È la ragione per cui le persone restano in lavori prestigiosi ma logoranti, o continuano a spingere un progetto che non funziona perché “io non sono uno che molla”.
Duke ribalta la prospettiva con un’affermazione potente: aggrapparsi a un’identità ormai superata è il vero atto di resa – significa rinunciare al proprio sé futuro. Detto altrimenti: smettere al momento giusto non è debolezza, è la forma più alta di lucidità. Ed è esattamente ciò che le parole di Guardiola sembrano descrivere: “so che è il mio momento” non è la frase di chi fugge, ma di chi ha riconosciuto che la propria identità non coincide più con il ruolo che ricopre.
Perché il “come” si smette conta più del “quando”
C’è una distinzione che la psicologia dello sport ha documentato con particolare chiarezza: non è tanto il momento in cui si lascia a determinare il benessere successivo, quanto il grado di autonomia con cui si prende la decisione. È il cuore della Self-Determination Theory di Deci e Ryan, applicata in modo specifico alle transizioni di fine carriera.
Lo studio più rilevante in proposito si intitola, non a caso, “Letting Go of Gold” (Lasciare andare l’oro): pubblicato sul Journal of Clinical Sport Psychology nel 2020 da Holding, Fortin e colleghi, ha seguito con disegno longitudinale 158 atleti d’élite recentemente ritirati, somministrando due questionari a 18 mesi di distanza. Il risultato è netto: gli atleti che hanno vissuto il ritiro come una scelta autonoma – motivata da ragioni interne, valori personali, senso del proprio momento – hanno fatto progressi di “disimpegno” molto maggiori e hanno riportato livelli superiori di benessere circa un anno e mezzo dopo, rispetto a chi ha vissuto la fine come qualcosa di imposto o subìto.
Lo stesso studio fotografa anche una verità importante e onesta: il benessere soggettivo, altissimo al culmine della carriera, cala in modo significativo nei due mesi successivi al ritiro, per poi recuperare nelle fasi più avanzate. In altre parole, anche la transizione più sana e desiderata attraversa una fase di flessione. Non è un fallimento: è fisiologia psicologica. Saperlo in anticipo è già parte della soluzione.
Le parole di Guardiola, lette in questa cornice, sono quasi un manuale di self-determination: “Me ne vado con una pace incredibile per aver dato tutto al Manchester City”. Pace e aver dato tutto sono i due marcatori linguistici di una decisione autonoma, non subìta – il miglior predittore, secondo la ricerca, di un adattamento positivo a ciò che verrà.
Chi si è, quando non si è più “l’allenatore”?
C’è poi una dimensione specifica che riguarda gli allenatori d’élite, e che la ricerca ha iniziato a esplorare solo di recente. La fine di una carriera in panchina non è soltanto un cambio di lavoro: è una ristrutturazione dell’identità. Come per gli atleti, l’identità professionale di un top coach tende a essere esclusiva – assorbe quasi interamente il senso di sé – e questo, paradossalmente, è ciò che lo ha reso vincente e ciò che lo rende vulnerabile nel momento del distacco.
Una revisione pubblicata nel 2024 sull’International Sport Coaching Journal (Brown, “Elite Coaches’ role in Athletes’ retirement transitions”) e gli studi raccolti dall’ISSP Position Stand sulle transizioni di carriera (Stambulova, Ryba & Henriksen, 2021) convergono su un punto: le transizioni meglio gestite sono quelle pianificate, in cui la persona ha costruito per tempo ruoli, interessi e appartenenze al di fuori del proprio incarico principale. Non a caso, Guardiola non esce nel vuoto: ha già un nuovo ruolo come ambasciatore globale del City Football Group, con compiti di consulenza tecnica. È un classico esempio di transizione “morbida”, in cui l’identità non viene amputata ma riconfigurata – esattamente ciò che la letteratura raccomanda.
Il rischio opposto è ben documentato: una survey della Professional Players’ Federation (PPF) su 800 ex sportivi professionisti, i cui dati sono stati diffusi dalla BBC nell’ambito dell’inchiesta State of Sport del 2018, ha rilevato che più della metà aveva avuto preoccupazioni per il proprio benessere mentale ed emotivo dopo il ritiro, e uno su due non si sentiva in controllo della propria vita entro due anni dalla fine della carriera. Il campione riguardava ex giocatori di rugby, cricket e calcio – atleti, dunque, non allenatori – ma il meccanismo identitario è analogo per chi ha vissuto lo sport dalla panchina per decenni. Molti ex atleti, in quella stessa indagine, hanno descritto il ritiro come una vera e propria “perdita di identità”.
Grit contro Quit: il coraggio di non insistere
La nostra cultura sportiva celebra la grit – la determinazione, il non arrendersi mai. È un valore reale e prezioso. Ma la ricerca sulle decisioni mostra che esiste un suo rovescio pericoloso: la difficoltà di abbandonare un percorso anche quando i dati dicono che è il momento di farlo. Annie Duke lo riassume così: smettere al momento giusto sembra quasi sempre smettere troppo presto, soprattutto quando si è “in perdita” o, al contrario, quando si è così in alto da non avere apparenti ragioni per fermarsi.
La metafora più citata in questo ambito è quella dell’alpinismo: la cosiddetta summit fever, la “febbre della vetta”, che spinge gli scalatori a proseguire verso la cima ignorando i segnali di pericolo, a volte con esiti fatali. Il parallelo con lo sport d’élite è diretto: continuare “perché si è quasi in cima”, o “perché si è sempre vinto”, può portare a un logoramento che intacca proprio ciò che si voleva proteggere. Fermarsi al culmine, in questa lettura, non è rinuncia: è la decisione più razionale e più difficile insieme.
Cosa possiamo imparare (anche fuori dal calcio)
La decisione di Guardiola offre spunti che valgono molto al di là della panchina – per atleti, manager, professionisti e chiunque debba decidere se continuare o voltare pagina. Ne sintetizziamo quattro:
1. Distinguere i costi sommersi dal valore futuro
La domanda giusta non è “quanto ho già investito?”, ma “se partissi da oggi, sceglierei ancora questa strada?”. È il modo più efficace per neutralizzare la sunk cost fallacy nelle grandi decisioni di vita e di carriera.
2. Definire i criteri di uscita in anticipo
Annie Duke suggerisce di stabilire dei kill criteria – condizioni decise a mente fredda che, se soddisfatte, segnalano che è il momento di fermarsi. Decidere “prima” protegge dalle distorsioni emotive del “durante”.
3. Coltivare un’identità plurale
Chi possiede ruoli, relazioni e interessi al di fuori del proprio incarico principale affronta meglio i passaggi di carriera. L’identità esclusiva è un carburante potente ma fragile: va affiancata, per tempo, da altre appartenenze.
4. Cercare la scelta autonoma, non quella imposta
Lo studio “Letting Go of Gold” è chiaro: chi decide in modo autonomo vive transizioni più sane. Quando possibile, è meglio scegliere il proprio momento che farselo scegliere dagli eventi. E sapere che una fase di flessione emotiva è normale aiuta ad attraversarla senza interpretarla come un errore.
La forza di dire “è il mio momento”
“Niente è eterno”, ha detto Guardiola. È una frase che suona malinconica, ma letta con gli strumenti della psicologia è quasi un atto di salute mentale: il riconoscimento lucido che ogni ciclo ha una fine, e che gestirla con consapevolezza vale più che negarla. La psicologia delle decisioni e la psicologia dello sport convergono su un punto che la nostra cultura della performance fatica ad accettare: sapersi fermare al culmine è una competenza, non una resa. Richiede lucidità per riconoscere i costi sommersi, coraggio per affrontare il cambiamento identitario, e autonomia nella scelta.
Che si tratti di un allenatore con venti trofei, di un atleta al bivio della carriera o di un professionista davanti a una svolta, il principio è lo stesso. E la buona notizia è che questa competenza si può allenare: con il supporto giusto, decidere quando e come voltare pagina diventa un processo consapevole, non un salto nel buio.
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Riferimenti e fonti
Tutti i dati, le citazioni e i costrutti scientifici riportati sono verificabili attraverso pubblicazioni peer-reviewed, libri e fonti giornalistiche primarie.
Studi scientifici e fonti accademiche
- Brown, C.J. (2024). Elite Coaches’ role in Athletes’ retirement transitions: a Foucauldian discourse analysis. International Sport Coaching Journal. DOI:10.1123/iscj.2023-0076.
- Duke, A. (2022). Quit: The Power of Knowing When to Walk Away. Portfolio/Penguin. Sunk cost fallacy, kill criteria e rapporto tra identità e decisione di abbandonare.
- Holding, A., Fortin, J.-A., Carpentier, J., Hope, N., & Koestner, R. (2020). Letting Go of Gold: Examining the Role of Autonomy in Elite Athletes’ Disengagement From Their Athletic Careers and Well-Being in Retirement. Journal of Clinical Sport Psychology, 14(1), 88-108. DOI:10.1123/jcsp.2018-0029. Studio longitudinale (McGill University) su 158 atleti d’élite.
- National Institutes of Health – OITE (2025). Sunk Cost Fallacy – How It Affects Career Decision-Making. Office of Intramural Training & Education.
- Park, S., Tod, D., & Lavallee, D. (2012). Exploring the retirement from sport decision-making process based on the transtheoretical model. Psychology of Sport and Exercise, 13(4), 444-453. https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1469029212000222
- Stambulova, N., Ryba, T.V., & Henriksen, K. (2021). Career development and transitions of athletes: the ISSP Position Stand Revisited. International Journal of Sport and Exercise Psychology, 19(4), 524-550.
- Tait, V., & Miller, H.L. Jr. (2019). Loss aversion as a potential factor in the sunk-cost fallacy. International Journal of Psychological Research, 12(2), 8-16.
- Professional Players’ Federation / BBC Sport (2018). State of Sport 2018: Half of retired sportspeople have concerns over mental and emotional wellbeing. Survey su 800 ex sportivi (rugby, cricket, calcio); uno su due non si sentiva in controllo della propria vita entro due anni dal ritiro.
Fonti giornalistiche e dichiarazioni
- Manchester City FC (22 maggio 2026). “Pep Guardiola official announcement” e “in his own words”. Comunicato ufficiale e dichiarazioni integrali.
- ESPN (22 maggio 2026). “Pep Guardiola to step down as Man City boss at end of season”. Dettagli su contratto, palmares e successione. https://global.espn.com/football/story/_/id/48813681/pep-guardiola-step-man-city-boss-end-season
- Associated Press / US News (22 maggio 2026). “Guardiola to Leave Manchester City After Season”. Dichiarazione “Nothing is eternal”.
- Yahoo Sports (22 maggio 2026). “Pep Guardiola confirms he is leaving Manchester City this summer”. Uscita anticipata e Maresca favorito.
- FotMob (22 maggio 2026). “Guardiola: I’m leaving with incredible peace that I gave everything to Man City”.
Nota redazionale. Questo articolo ha finalità divulgative e non sostituisce in alcun modo una valutazione clinica o un percorso professionale di psicologia dello sport. Per consulenze personalizzate su atleti, allenatori, gruppi sportivi o staff tecnici, contattare Sport Psychology Center attraverso il sito ufficiale
