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27 Maggio 2026Nel giro di pochi giorni, uno degli atleti più vincenti della storia è passato dalle lacrime della sconfitta a quelle della gioia. Dietro un’immagine virale si nasconde una delle questioni più importanti — e fraintese — della psicologia dello sport contemporanea: cosa significa, davvero, quando un campione piange.

Un gancio scomodo
Maggio 2026. Le lacrime di Ronaldo. In poche settimane, il volto di Cristiano Ronaldo è comparso due volte sugli schermi di tutto il mondo per la stessa ragione: stava piangendo.
La prima volta in panchina, distrutto dopo la finale di Champions d’Asia persa con l’Al-Nassr. La seconda pochi giorni più tardi, in lacrime dopo la doppietta che ha consegnato alla sua squadra il titolo della Saudi Pro League — il primo conquistato da quando, nel gennaio 2023, è approdato in Arabia Saudita.
A 41 anni, dopo aver vinto praticamente tutto ciò che il calcio possa offrire, un uomo continua a commuoversi fino alle lacrime per una vittoria di campionato. La reazione del pubblico, prevedibile, si è divisa tra commozione e ironia. Ma la domanda interessante, per chi si occupa di psicologia dello sport, non è se quelle lacrime siano “esagerate”. È un’altra, più profonda: perché un gesto così umano continua a sorprenderci quando a compierlo è un uomo, e per di più un atleta d’élite?
La risposta tocca un nodo delicato e attualissimo: il rapporto tra mascolinità, espressione delle emozioni e salute mentale. Un tema su cui la ricerca scientifica ha molto da dire, e che vale la pena affrontare con la serietà che merita.
Cosa sono davvero le lacrime: un segnale, non una debolezza
Partiamo da un dato che spesso sfugge: il pianto emotivo è un comportamento unicamente umano e, secondo i ricercatori che lo studiano da decenni, ha una funzione precisa.
Il lavoro più autorevole in questo campo è quello del gruppo di ricerca di Ad Vingerhoets, dell’Università di Tilburg, che ha dedicato anni a comprendere il senso evolutivo e sociale delle lacrime. La conclusione, sintetizzata in numerosi studi, è che il pianto è anzitutto una forma di comunicazione sociale non verbale, evoluta per richiamare vicinanza, conforto e sostegno dagli altri.
Le lacrime, in altre parole, sono un segnale. E un segnale particolarmente potente: gli studi mostrano che quando vediamo qualcuno piangere lo riconosciamo come un indicatore affidabile di emozione autentica, più convincente delle parole. In una vasta ricerca condotta in 41 Paesi, la visione di lacrime emotive aumentava nelle persone l’intenzione di offrire sostegno a chi piangeva, comunicando al tempo stesso vulnerabilità e calore umano e rafforzando, di fatto, i legami sociali.
C’è di più. Le lacrime sembrano chiarire il significato di un’espressione facciale: in un noto esperimento, rimuovere digitalmente le lacrime dal volto di una persona in pianto rendeva l’espressione ambigua e indecifrabile. Sono le lacrime a dire al mondo, senza possibilità di equivoco, cosa sta provando una persona.
Tradotto nel linguaggio dello sport: le lacrime di Ronaldo non sono il segno di un cedimento. Sono un sistema biologico e sociale che funziona esattamente come dovrebbe.
Il vero problema: reprimere costa caro
Se il pianto è un segnale sano, perché tanti atleti — e in generale tanti uomini — fanno di tutto per trattenerlo?
Qui entra in gioco la ricerca sulla regolazione delle emozioni, e in particolare il modello sviluppato dallo psicologo James Gross della Stanford University, oggi uno dei pilastri della psicologia affettiva. Gross distingue tra diverse strategie con cui gestiamo ciò che proviamo. Due, in particolare, sono state messe a confronto in centinaia di studi:
- La soppressione espressiva: inibire deliberatamente la manifestazione esterna di un’emozione, “mettere la maschera”, tenere tutto dentro.
- La rivalutazione cognitiva: rileggere e reinterpretare la situazione che genera l’emozione, modificandone il significato.
La differenza tra le due non è da poco. Le evidenze, raccolte in numerosi studi longitudinali e sperimentali, convergono con notevole coerenza: chi ricorre abitualmente alla soppressione tende a riportare più sintomi depressivi, maggiore affaticamento, minore autostima e minore soddisfazione di vita. Una meta-analisi che ha esaminato simultaneamente repressione ed espressione nelle interazioni quotidiane ha mostrato che, quando le persone reprimono le proprie emozioni, sperimentano un costo intrapersonale — umore più depresso, più stanchezza, autostima più bassa.
Un dettaglio cruciale per gli atleti: la soppressione non spegne solo le emozioni negative. Riduce anche l’esperienza delle emozioni positive e non modifica affatto l’emozione provata internamente — agisce troppo tardi, limitandosi a nascondere ciò che già si sente, spesso al prezzo di un aumento dell’attivazione fisiologica. Si paga lo sforzo, senza ottenere il sollievo.
Al contrario, una maggiore espressione emotiva nella vita quotidiana è risultata associata a benefici interpersonali: più accettazione da parte degli altri, maggiore senso di connessione, relazioni più soddisfacenti. Esattamente ciò di cui un atleta sotto pressione ha bisogno.
Il punto, va detto con onestà, non è che “piangere fa sempre bene” e reprimere “fa sempre male”: la regolazione emotiva è sensibile al contesto e alla cultura, e ci sono momenti in cui contenere una reazione è la scelta giusta. Ma come stile abituale, la repressione cronica presenta un conto salato.
Dove entra in gioco la mascolinità
E qui arriviamo al cuore delicato della questione. Perché la soppressione, statisticamente, non è distribuita in modo casuale: è fortemente legata al modo in cui gli uomini vengono educati a “essere uomini”.
La psicologia ha uno strumento per misurare quanto una persona aderisce ai modelli tradizionali di mascolinità: il Conformity to Masculine Norms Inventory (CMNI), sviluppato da Mahalik e colleghi. Tra le dimensioni che misura ce ne sono alcune particolarmente rilevanti — il controllo emotivo, l’autosufficienza, la spinta a vincere sempre — che descrivono bene l’archetipo del campione “duro” che non mostra mai cedimenti.
La meta-analisi di riferimento su questo tema, condotta da Y. Joel Wong e colleghi e pubblicata sul Journal of Counseling Psychology (2017), ha analizzato decine di studi su oltre 19.000 partecipanti. Il risultato è netto: una più forte conformità alle norme maschili tradizionali è associata a una salute mentale peggiore e ad atteggiamenti più negativi verso la ricerca di aiuto psicologico. Le dimensioni più problematiche — tra cui proprio l’autosufficienza e il controllo emotivo a ogni costo — sono quelle più costantemente legate a esiti negativi.
Una revisione sistematica più recente ha riassunto il fenomeno con un’espressione efficace: gli uomini fortemente aderenti a queste norme si trovano in una condizione di “doppio rischio”, perché sperimentano più sofferenza psicologica e, contemporaneamente, sono meno disposti a chiedere aiuto. Sopportano in silenzio, perché hanno interiorizzato l’idea che la vulnerabilità emotiva equivalga a debolezza. In uno studio condotto su quasi 14.000 uomini australiani, l’adesione agli standard maschili di soppressione emotiva e stoicismo si associava a un rischio nettamente più alto di tentativi di suicidio.
Non è un dato astratto. È la radice culturale di un problema che lo sport conosce bene.
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Lo sport d’élite: dove il tabù è più forte
Nessun ambiente amplifica questo meccanismo quanto lo sport agonistico di alto livello. La cultura della prestazione, con la sua retorica della forza, della resistenza al dolore e del “non mollare mai”, crea il terreno perfetto perché la repressione emotiva diventi non solo accettata, ma celebrata.
Lo conferma il documento più autorevole sul tema: il Consensus Statement del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) sulla salute mentale negli atleti d’élite (2019), redatto da un ampio panel internazionale di esperti e pubblicato sul British Journal of Sports Medicine. Le revisioni sistematiche che lo hanno informato indicano che i disturbi di salute mentale colpiscono fino a un atleta d’élite su tre ogni anno, e che lo stigma è il principale ostacolo che impedisce a questi atleti di cercare aiuto: la convinzione, radicata, che il disagio mentale sia un segno di debolezza e non la condizione normale di un essere umano sotto pressione estrema. Il documento segnala esplicitamente anche il ruolo degli stereotipi di genere.
La buona notizia è che la stessa ricerca indica la via d’uscita. Il Consensus del CIO raccomanda alle organizzazioni sportive di parlare apertamente di salute mentale, di valorizzare le testimonianze degli atleti che hanno attraversato difficoltà per normalizzarle, e di costruire una cultura che riduca lo stigma e favorisca la richiesta di aiuto. Gli interventi mirati ad aumentare l’alfabetizzazione sulla salute mentale e a ridurre lo stigma — pubblico e interiorizzato — si sono mostrati in grado di migliorare l’intenzione degli atleti di cercare supporto.
In altre parole: ogni volta che un atleta visibile e rispettato mostra un’emozione autentica senza vergognarsene, sta facendo — magari inconsapevolmente — esattamente ciò che la scienza raccomanda.
Rileggere quelle lacrime
Torniamo all’immagine da cui siamo partiti. Un uomo di 41 anni che piange, prima per una sconfitta e poco dopo per una vittoria.
Letta attraverso la lente della ricerca, quella scena cambia completamente di significato. Non è la “fragilità” di un campione al tramonto. È un atleta che, ai massimi livelli e davanti a un pubblico globale, manifesta apertamente ciò che prova — esprime invece di reprimere, segnala invece di mascherare. Sul piano psicologico, è il comportamento più sano possibile.
Il vero punto interrogativo non è perché Ronaldo pianga. È perché ci sembri ancora notevole che lo faccia. Finché mostrare un’emozione resterà, per un uomo e ancor più per un atleta, un gesto degno di nota o di ironia, significa che il tabù culturale è ancora ben vivo — e che il lavoro di chi si occupa di benessere mentale nello sport è tutt’altro che concluso.
Cosa portiamo a casa
Per atleti, allenatori e genitori, la ricerca offre alcuni messaggi chiari:
- Le emozioni non sono il nemico della prestazione. Reprimerle abitualmente ha un costo psicologico documentato e non migliora ciò che si prova: lo nasconde soltanto, spesso aumentando la tensione interna.
- Saper regolare le emozioni è un’abilità allenabile, esattamente come la forza o la tecnica. Strategie come la rivalutazione cognitiva si possono apprendere e migliorano il benessere nel tempo.
- La cultura conta. Un ambiente sportivo che tratta la salute mentale come si tratta un infortunio fisico — senza giudizio, con competenza — è un ambiente che protegge i suoi atleti.
- Chiedere aiuto è un segno di forza, non di debolezza. È forse il messaggio più importante, e quello che più fatica ad attecchire negli ambienti maschili e agonistici.
Allo Sport Psychology Center lavoriamo ogni giorno su questo: aiutare gli atleti a riconoscere, comprendere e regolare ciò che provano, dentro e fuori dal campo. Perché la mente, come il corpo, si allena. E imparare a non aver paura delle proprie emozioni è uno degli allenamenti più importanti che un atleta possa fare.
Fonti e approfondimenti
Fonti giornalistiche
- ANSA, Ronaldo doppietta e lacrime, l’Al Nassr campione d’Arabia (22 maggio 2026)
- Tuttosport, Cristiano Ronaldo trionfa nella Saudi Pro League: doppietta leggendaria e lacrime (21 maggio 2026)
- Sportmediaset / Mediaset, Ronaldo perde la finale con l’Al Nassr, le sue lacrime fanno il giro del mondo (maggio 2026)
Fonti accademiche
- Gross, J. J. (1998). The emerging field of emotion regulation: An integrative review. Review of General Psychology, 2(3), 271–299. Vedi anche Gross, J. J. (2015). Emotion regulation: Current status and future prospects. Psychological Inquiry, 26(1), 1–26. http://chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://emotion.wisc.edu/wp-content/uploads/sites/1353/2021/11/Gross-1998-The-Emerging-Field-of-Emotion-Regulation-An-Integrative-Review.pdf
- Gross, J. J., & John, O. P. (2003). Individual differences in two emotion regulation processes: implications for affect, relationships, and well-being. Journal of Personality and Social Psychology, 85(2), 348–362.
- Wong, Y. J., Ho, M.-H. R., Wang, S.-Y., & Miller, I. S. K. (2017). Meta-analyses of the relationship between conformity to masculine norms and mental health-related outcomes. Journal of Counseling Psychology, 64(1), 80–93.
- Mahalik, J. R., Locke, B. D., Ludlow, L. H., Diemer, M. A., Scott, R. P. J., Gottfried, M., & Freitas, G. (2003). Development of the Conformity to Masculine Norms Inventory. Psychology of Men & Masculinity, 4(1), 3–25.
- Vingerhoets, A. J. J. M., & Bylsma, L. M. (2016). The riddle of human emotional crying: A challenge for emotion researchers. Emotion Review.
- Zickfeld, J. H., van de Ven, N., Vingerhoets, A., et al. (2021). Tears evoke the intention to offer social support: A systematic investigation across 41 countries. Journal of Experimental Social Psychology.
- Reardon, C. L., et al. (2019). Mental health in elite athletes: International Olympic Committee consensus statement. British Journal of Sports Medicine, 53(11), 667–699.
- Mokhwelepa, L. W., & Sumbane, G. O. (2025). Men’s Mental Health Matters: a systematic review. American Journal of Men’s Health.
Questo articolo ha finalità divulgative e non sostituisce una consulenza psicologica professionale. Se tu o un atleta che segui state attraversando un periodo di difficoltà, parlarne con un professionista è il primo passo — e un segno di forza.
