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5 September 2026The longest set in volleyball history — Italy-Germany, 64-66, FIPAV Cup Men Elite, 26 August 2026 — is the key to understanding chronic competitive pressure: what science says about attention, arousal and performance when the decisive moment repeats itself dozens of times within the same match.
Author Fabio Zarra

01 — A SET THAT LASTED AS LONG AS AN ENTIRE MATCH
The record nobody wanted to break
Reggio Calabria, PalaCalafiore, 26 August 2026. Italy and Germany meet on the first day of the FIPAV Cup Men Elite, the warm-up tournament for Fefè De Giorgi's Azzurri ahead of the European Championship starting on 9 September. The first set alone lasts 1 hour and 29 minutes and ends 66-64 for the Germans: 130 points played, the highest score and longest duration ever recorded in a single volleyball set, breaking the previous record (50-48 in 62 minutes, Argentina-Poland, Nations League 2026).
Ma il dato che interessa a chi si occupa di prestazione mentale non è la durata in sé. È quello che succede dentro quel set: un susseguirsi ininterrotto di vantaggi ribaltati (34-34, poi 45-45, poi 57-57) e di set-point annullati da entrambe le squadre, decine di volte, prima che la Germania chiuda al primo tentativo utile. E la storia non finisce lì: l’Italia perde quel set e anche il terzo, ma vince l’incontro 3-2 al tie-break, rimontando dopo aver investito quasi mezz’ora in più del previsto in un solo parziale.
It's a rare event that offers, almost in laboratory conditions, a textbook case on a central topic in sport psychology: what happens to an athlete when the moment of maximum pressure — the decisive point, the set point — isn't an isolated event but repeats itself over and over within the same span of time.
02 — ACUTE PRESSURE AND CHRONIC PRESSURE: TWO DIFFERENT PHENOMENA
When the decisive point isn't an isolated event
La maggior parte della letteratura sul “clutch” e sul “choking” (blocco da pressione) si è concentrata su eventi singoli e ad alta posta in palio: un rigore decisivo, un match point, un ultimo tiro libero. Il modello di riferimento resta quello di Baumeister sulla self-consciousness, secondo cui l’aumento della pressione porta l’atleta a rivolgere l’attenzione in modo eccessivo verso l’esecuzione motoria, un processo normalmente automatico, interrompendone la fluidità (effetto talvolta chiamato “paralisi da analisi”).
Un set-point annullato quindici, venti volte di fila è tutt’altra cosa. Non è più un singolo evento acuto, ma una condizione cronica di attivazione mantenuta per oltre un’ora. È qui che entra in gioco un secondo impianto teorico, l’Attentional Control Theory di Eysenck e colleghi, che descrive cosa succede al sistema attentivo quando l’ansia da prestazione si prolunga nel tempo: l’ansia non riduce necessariamente l’efficacia dell’esecuzione (quanto bene un atleta esegue), ma ne riduce l’efficienza, cioè quante risorse cognitive servono per ottenere lo stesso risultato. In pratica, si può continuare a giocare bene, ma a un costo mentale via via più alto.
Applicato al set di Reggio Calabria: ogni singola azione dopo il ventesimo, trentesimo set-point richiede agli atleti lo stesso livello di controllo attentivo richiesto al primo, ma con riserve di autoregolazione via via più esaurite. È la ragione per cui, paradossalmente, in situazioni di questo tipo l’errore spesso non arriva sul punto più pressante, ma su un punto “banale” subito dopo: la soglia di rottura si sposta perché il sistema attentivo, non l’abilità tecnica, è arrivato al limite.
| L’ansia da prestazione non è il nemico da eliminare, ma una condizione da attraversare con risorse attentive sufficienti: l’obiettivo dell’allenamento mentale non è arrivare a gara senza attivazione, ma arrivarci con un serbatoio di controllo attentivo che regga più a lungo di quello dell’avversario. — sintesi del principio alla base dell’Attentional Control Theory |
03 — PERCHÉ NON TUTTI “CROLLANO”: IL CASO DEL CLUTCH PERFORMER
La fiducia nel reggere la pressione conta più dell’ansia in sé
Se la teoria dell’attenzione spiega il costo cognitivo della pressione prolungata, non spiega perché alcuni atleti in quelle condizioni migliorino invece di peggiorare. È il fenomeno che Otten ha definito “clutch performance”: una minoranza di atleti mostra, nei momenti di massima pressione, un miglioramento misurabile di precisione e lucidità decisionale rispetto alla propria media, non un semplice “non crollare”.
Nello studio di Otten, la variabile che distingue chi regge da chi cede sotto pressione non è l’ansia percepita in sé — che sale per tutti — ma la fiducia nelle proprie capacità di gestirla (self-efficacy specifica per la situazione). Chi entra nel ventesimo set-point convinto di poter reggere quel livello di attivazione lo gestisce in modo diverso da chi lo subisce. È una competenza allenabile, non un tratto fisso: si costruisce con l’esposizione progressiva a situazioni di pressione crescente in allenamento, non solo in gara.
04 — LA CURVA DELL’ATTIVAZIONE: PERCHÉ “PIÙ CONCENTRAZIONE” NON BASTA
From Yerkes-Dodson to catastrophe theory
Un errore diffuso, anche fuori dal contesto sportivo, è pensare che più impegno mentale produca sempre risultati migliori. La legge di Yerkes-Dodson, formulata più di un secolo fa e ancora oggi punto di riferimento, descrive invece una relazione a U rovesciata tra livello di attivazione (arousal) e prestazione: fino a un certo punto l’attivazione aiuta la prestazione, oltre quella soglia la peggiora.
Nel volley questo si traduce in modo molto concreto: la battuta, il muro, la ricezione sono gesti che richiedono un livello di attivazione medio-alto ma controllato. Su un set-point numero uno l’attivazione sale e la prestazione può salire con essa. Ma se quella stessa condizione si ripete per trenta volte consecutive senza un adeguato recupero psicofisiologico tra un’azione e l’altra, l’atleta rischia di scivolare oltre il vertice della curva, in una zona di iperattivazione che peggiora la precisione tecnica proprio nei fondamentali più fini, come la ricezione o l’attacco in situazioni di equilibrio.
Un raffinamento più recente di questo modello, la teoria della catastrofe di Hardy, aggiunge un elemento importante: quando all’attivazione fisiologica elevata si somma un’ansia cognitiva alta (pensieri di preoccupazione, paura dell’errore), il calo di prestazione non è graduale ma può essere improvviso e marcato, quasi un “crollo” più che un declino — il che spiegherebbe perché, in partite di questo tipo, si vedono spesso sequenze di errori concentrati in pochi scambi, dopo decine di minuti di gioco solido.
05 — THE OVERTURNED LEAD AS A STIMULUS (NOT ONLY AS AN OBSTACLE)
Il “momentum psicologico” nei tre pareggi a metà set
I tre pareggi a metà set (34-34, 45-45, 57-57) meritano una menzione a parte perché toccano il tema, ancora dibattuto in letteratura, del “momentum psicologico”: la percezione, condivisa da chi gioca e da chi guarda, che l’inerzia di una gara stia cambiando direzione indipendentemente dal punteggio assoluto. I primi studi di Vallerand e colleghi hanno mostrato che questa percezione può influenzare realmente motivazione e prestazione successiva, anche se buona parte della ricerca più recente invita alla cautela: non tutti gli episodi di “momentum percepito” producono un cambiamento oggettivo di prestazione, e parte dell’effetto sembra essere una ricostruzione a posteriori più che una causa reale del risultato.
Per uno staff tecnico e per gli atleti, la lezione operativa è più utile della disputa teorica: qualunque sia lo status esatto del “momentum” come costrutto, la percezione soggettiva di controllo dopo un pareggio recuperato è comunque un evento allenabile. Insegnare a un atleta a interpretare un pareggio a 45-45 non come “la partita che ci sfugge” ma come “un nuovo inizio ogni due punti” è una tecnica concreta di ristrutturazione cognitiva, indipendente dal fatto che il momentum esista o meno come fenomeno oggettivo.
06 — FROM THE SET TO THE MATCH: GETTING BACK UP AFTER LOSING WHAT YOU BURNED YOURSELF OUT FOR
Mental toughness isn't the absence of difficulty
L’aspetto più istruttivo dell’intera serata, dal punto di vista mentale, arriva forse non nel primo set ma subito dopo: l’Italia perde un set costato quasi un’ora e mezza di energie fisiche e nervose, e deve nel giro di pochi minuti ripresentarsi in campo per il secondo. È una condizione che nella pratica clinica sportiva si affronta con protocolli di rifocalizzazione rapida (routine pre-set, respirazione controllata, obiettivi di processo a breve termine) proprio perché il rischio, dopo un investimento emotivo così alto e apparentemente sprecato, è portare in campo la frustrazione residua invece che le risorse attentive fresche di cui il set successivo ha bisogno.
Il fatto che l’Italia abbia poi perso anche il terzo set, prima di vincere comunque l’incontro, è coerente con questa lettura: la rimonta non è arrivata annullando l’effetto della fatica mentale accumulata, ma reggendo nonostante quella fatica, punto dopo punto, fino al tie-break — probabilmente la dimostrazione più concreta, in questa partita, di ciò che la letteratura chiama mental toughness: non l’assenza di difficoltà, ma la capacità di mantenere l’impegno verso l’obiettivo mentre le si attraversa.
07 — IN CLOSING
What to take home, beyond the record
- La pressione ripetuta non è “più della stessa pressione”: cambia natura, da evento acuto a condizione cronica, e consuma risorse attentive che vanno gestite, non solo “resistite” con la forza di volontà.
- L’attivazione va calibrata, non massimizzata: oltre una certa soglia, più concentrazione percepita corrisponde a meno precisione tecnica, soprattutto nei gesti fini.
- La fiducia nella propria capacità di reggere la pressione (self-efficacy specifica) è ciò che distingue chi mantiene il rendimento da chi lo perde, ed è allenabile con l’esposizione progressiva, non innata.
- Psychological recovery between one high-pressure episode and the next — or between a lost set and the following one — is just as trainable as physical recovery, and requires specific routines, not just time.
The longest set in volleyball history will go down in the record books for its score. For those who work on mental performance, it will remain above all as a reminder of how much the theories developed for the single decisive point need to be rethought when that decisive point repeats itself, with the human mind as the only real limit on the court.
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SCIENTIFIC REFERENCES
- Baumeister, R. F. (1984). Choking under pressure: self-consciousness and paradoxical effects of incentives on skillful performance. Journal of Personality and Social Psychology, 46(3), 610–620. DOI: 10.1037/0022-3514.46.3.610
- Eysenck, M. W., Derakshan, N., Santos, R., & Calvo, M. G. (2007). Anxiety and cognitive performance: attentional control theory. Emotion, 7(2), 336–353. DOI: 10.1037/1528-3542.7.2.336
- Otten, M. (2009). Choking vs. clutch performance: A study of sport performance under pressure. Journal of Sport and Exercise Psychology, 31(5), 583–601. DOI: 10.1123/jsep.31.5.583
- Yerkes, R. M., & Dodson, J. D. (1908). The relation of strength of stimulus to rapidity of habit-formation. Journal of Comparative Neurology and Psychology, 18(5), 459–482.
- Hardy, L. (1990). A catastrophe model of performance in sport. In G. Jones & L. Hardy (Eds.), Stress and Performance in Sport (pp. 81–106). Wiley.
- Vallerand, R. J., Colavecchio, P. G., & Pelletier, L. G. (1988). Psychological momentum and performance inferences: A preliminary test of the antecedents-consequences psychological momentum model. Journal of Sport and Exercise Psychology, 10(1), 92–108.
- Gucciardi, D. F., Hanton, S., Gordon, S., Mallett, C. J., & Temby, P. (2015). The concept of mental toughness: Tests of dimensionality, nomological network, and traitness. Journal of Personality, 83(1), 26–44. DOI: 10.1111/jopy.12079
Source of the result: FIPAV Cup Men Elite, PalaCalafiore, Reggio Calabria, 26 August 2026. Italy-Germany 2-3, first set 64-66 (world record for score and duration in a single set).
