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1 Ottobre 2026Venerdì sera, all’Olimpico di Roma, la seconda gestione di Roberto Mancini sulla panchina della Nazionale è iniziata con una sconfitta per 0-2 contro il Belgio, primo turno della fase a gironi di Nations League. Ma l’episodio che ha fatto più discutere non riguarda il risultato: nei minuti finali, Romelu Lukaku — subentrato nella ripresa e accolto dai fischi del pubblico italiano — si è rivolto verso Gianluigi Donnarumma facendo il gesto del silenzio e mostrando due dita, un chiaro riferimento al 2-0 in favore del Belgio. Donnarumma, capitano azzurro, ha reagito immediatamente raggiungendo l’attaccante belga a centrocampo per un confronto acceso, sfiorando il contatto fisico prima dell’intervento dell’arbitro, che ha ammonito entrambi.

A cura di Fabio Zarra
Il fatto
Non è la prima volta che i due si scontrano: agli Europei del 2020, Lukaku aveva già trasformato un calcio di rigore decisivo contro l’Italia scambiando battute con lo stesso Donnarumma. Il gesto di venerdì, quindi, non nasce da un episodio isolato, ma si inserisce in una storia di tensioni pregresse tra i due giocatori. Per la psicologia dello sport, questo dettaglio non è un contorno narrativo: è la variabile che permette di distinguere una provocazione qualunque da un fenomeno psicologico più specifico e meglio studiato — la rivalità.
Non una provocazione generica, ma una rivalità
La distinzione tra “avversario” e “rivale” è al centro del lavoro di Kilduff, Elfenbein e Staw (2010, Academy of Management Journal), che hanno proposto un’analisi della rivalità come fenomeno relazionale: due competitor non gareggiano semplicemente per la posta in palio oggettiva di un singolo incontro, ma portano nella competizione tutta la storia delle loro interazioni precedenti, che ne amplifica la posta psicologica soggettiva indipendentemente da quella reale. Applicato al caso di venerdì: Lukaku e Donnarumma non erano due giocatori qualunque che si affrontavano per la prima volta in una partita di fase a gironi — erano due rivali con un precedente specifico, ed è proprio questa storia condivisa a rendere plausibile una reazione così sproporzionata rispetto alla semplice cornice di un match di Nations League a settembre.
Il meccanismo: perché la rivalità fa uscire dai binari
Un secondo studio degli stessi ricercatori — Kilduff, Galinsky, Gallo e Reade (2016, Academy of Management Journal) — ha documentato, attraverso uno studio archivistico e una serie di esperimenti (incluse partite di calcio reali), che la rivalità aumenta sistematicamente la probabilità di comportamenti scorretti o antisportivi rispetto alla competizione contro avversari neutri. Il dato più interessante di questo lavoro non è solo la correlazione, ma il meccanismo psicologico che la spiega: gli autori mostrano che la rivalità innalza la posta psicologica della competizione aumentando due fattori specifici — la contingenza dell’autostima dei competitor e le loro preoccupazioni di status — e che è proprio questo aumento a produrre comportamenti più aggressivi o scorretti.
Il costrutto della contingenza dell’autostima richiamato in questo studio è quello sistematizzato da Crocker e Wolfe (2001, Psychological Review): l’idea che l’autostima delle persone non sia un livello fisso, ma dipenda da domini specifici su cui ciascuno ha “scommesso” il proprio valore personale — l’approvazione altrui, la competenza, l’aspetto fisico, e per un atleta, quasi inevitabilmente, la prestazione sportiva. Quando una rivalità è in corso, il risultato della sfida smette di essere solo un dato tecnico e diventa un terreno su cui è in gioco il valore stesso della persona — condizione che, secondo Kilduff e colleghi, predispone a reazioni emotive più intense e a comportamenti meno controllati, in entrambe le direzioni della rivalità.
Il gesto mirato: perché il trash talking colpisce anche chi lo riceve
C’è un ultimo tassello che aiuta a spiegare non il gesto di Lukaku, ma la risposta di Donnarumma. Uno studio di Yip, Schweitzer e Nurmohamed (2018, Organizational Behavior and Human Decision Processes) ha definito per la prima volta in modo sistematico il costrutto del trash talking come forma di inciviltà espressa specificamente in un contesto competitivo, distinguendola da altre forme di comunicazione aggressiva come il bullismo o il pettegolezzo ostile. I ricercatori hanno documentato che chi riceve un trash talking mirato non resta un bersaglio passivo: la percezione di rivalità aumenta, la posta psicologica percepita della competizione si innalza, e — accanto a un aumento della motivazione a superare l’avversario — cresce anche la probabilità che il bersaglio stesso adotti comportamenti scorretti o eccessivi in risposta.
Applicato a questo episodio, il modello suggerisce una lettura bidirezionale: il gesto di Lukaku non era rivolto genericamente al pubblico che lo fischiava, ma specificamente a Donnarumma, e la scelta di riferirsi al punteggio (2-0) tocca esattamente il dominio in cui un portiere, più di ogni altro ruolo in campo, tende a giocarsi una parte della propria autostima professionale: i gol subiti. Non abbiamo, va detto con onestà, uno studio che misuri specificamente la contingenza dell’autostima nei portieri rispetto ad altri ruoli — questa resta un’estensione plausibile del modello di Crocker e Wolfe al caso specifico, non un risultato già dimostrato in letteratura. Ma è un’estensione coerente: pochi gesti avrebbero potuto colpire con altrettanta precisione il punto esatto in cui un portiere costruisce il proprio senso di valore professionale.
Una lettura, non una giustificazione
Va detto con chiarezza che descrivere il meccanismo psicologico dietro la reazione di Donnarumma non equivale a giustificarla, né a giustificare la provocazione di Lukaku: entrambi i giocatori sono stati ammoniti, e la letteratura qui richiamata descrive appunto come la rivalità aumenti la probabilità di comportamenti sopra le righe — non li renda automatici o inevitabili. Quello che la psicologia dello sport può offrire, in un episodio che rischia altrimenti di essere liquidato come semplice nervosismo di fine partita, è una cornice per capire perché due giocatori con una storia specifica alle spalle, in un contesto già caricato dalla débâcle di una serata difficile per l’Italia di Mancini, abbiano reagito in modo così sproporzionato rispetto alla cornice oggettiva di una partita di settembre — e perché la prossima volta che si incontreranno, la posta psicologica in gioco sarà, quasi certamente, ancora più alta.
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Fonti principali
Kilduff, G.J., Elfenbein, H.A. & Staw, B.M. (2010). The psychology of rivalry: A relationally dependent analysis of competition. Academy of Management Journal, 53(5), 943–969. https://psycnet.apa.org/record/2010-23819-002
Kilduff, G.J., Galinsky, A.D., Gallo, E. & Reade, J.J. (2016). Whatever it takes to win: Rivalry increases unethical behavior. Academy of Management Journal, 59(5), 1508–1534.
Crocker, J. & Wolfe, C.T. (2001). Contingencies of self-worth. Psychological Review, 108(3), 593–623.
Yip, J.A., Schweitzer, M.E. & Nurmohamed, S. (2018). Trash-talking: Competitive incivility motivates rivalry, performance, and unethical behavior. Organizational Behavior and Human Decision Processes, 144, 125–144.
Nota redazionale: l’estensione del modello di Crocker e Wolfe (2001) alla vulnerabilità specifica del ruolo di portiere rispetto ai gol subiti è un’ipotesi di lettura plausibile proposta in questo articolo, non un risultato direttamente misurato in letteratura su questo ruolo specifico. Il resto della ricostruzione dei fatti si basa su quanto riportato dalla stampa sportiva all’indomani della partita.
