Nadal e le bottigliette: quanto conta davvero un rituale?
21 Ottobre 2026Dalle partite rinviate in Francia alle competizioni durante guerre e repressioni: come il contesto sociale può entrare nella preparazione, nell’attenzione e nelle scelte di chi gareggia.

Di Fabio Zarra
Il pubblico aspetta una vittoria. L’atleta aspetta di sapere quando giocherà, come raggiungerà lo stadio o se i familiari stanno bene.
Sono situazioni diverse, per gravità e conseguenze, ma pongono una domanda comune: quanto è realistico chiedere a uno sportivo di lasciare fuori dal campo ciò che accade nella sua vita e nel suo Paese?
Quando una società attraversa una crisi, il calendario sportivo può continuare. Oppure fermarsi, come sta accadendo in Francia. In entrambi i casi, la preparazione dell’atleta deve confrontarsi con condizioni che vanno oltre l’allenamento.
Lo sport resta un gioco nelle sue regole. Per chi lo pratica, però, è anche lavoro, appartenenza e sostentamento.
Comprendere questa complessità significa evitare due semplificazioni: pensare che il professionista debba essere impermeabile a tutto e attribuire automaticamente ogni difficoltà agonistica alla situazione sociale.
La Francia e le partite rinviate
Il 21 ottobre 2026, Il Fatto Quotidiano ha raccontato lo spostamento di alcune partite francesi nel contesto delle proteste sociali e delle esigenze di ordine pubblico. [5]
Due variazioni sono confermate direttamente dalla Ligue de Football Professionnel. Toulouse–Troyes, prevista per sabato 24 ottobre, è stata spostata a domenica 25 alle 17:15. Montpellier–Red Star, inizialmente programmata per sabato pomeriggio, a lunedì 26 alle 20:45. Entrambe le decisioni sono state assunte su richiesta delle rispettive prefetture. [6, 7]
Il dato documentato è organizzativo: il contesto esterno modifica il calendario della competizione.
Per lo staff, questo comporta la necessità di riesaminare il programma: allenamenti, recupero, eventuali trasferte e distanza dall’impegno successivo. Non significa che ogni rinvio produca un danno. Un giorno aggiuntivo può anche offrire riposo; in altre circostanze, può complicare la successione delle gare.
Sul piano psicologico, la variazione potrebbe essere vissuta come un semplice aggiornamento oppure aggiungere preoccupazione e incertezza. Non possiamo sapere quale sia l’esperienza dei singoli giocatori senza ascoltarli.
I comunicati dimostrano lo spostamento delle partite. Non dimostrano un peggioramento della prestazione o della salute mentale.
È una distinzione essenziale per analizzare la notizia senza trasformarla in una diagnosi collettiva.
Prima della concentrazione vengono le condizioni per gareggiare
Una crisi può raggiungere l’atleta attraverso conseguenze molto concrete: difficoltà negli spostamenti, interruzione degli allenamenti, instabilità economica o distanza dalle persone care.
Il modello della conservazione delle risorse di Hobfoll interpreta lo stress anche in relazione alla minaccia o alla perdita di risorse importanti. È una cornice teorica generale, non uno studio sulle proteste francesi o sul rendimento agonistico. Aiuta però a formulare una domanda utile: quali risorse deve proteggere questa persona per continuare a svolgere il proprio lavoro? [1]
Sicurezza, reddito, relazioni e possibilità di allenarsi costituiscono parte delle condizioni della preparazione. Quando diventano instabili, aumenta ciò che l’atleta deve gestire.
Per questo, una richiesta come «concentrati e basta» può risultare incompleta: interviene sul compito individuale senza considerare l’ambiente nel quale quel compito deve essere eseguito.
L’Italia e le difficoltà nei trasporti
Anche la cronaca italiana offre un riferimento, da mantenere su un piano distinto.
Nell’ottobre 2026, le proteste degli autotrasportatori hanno prodotto difficoltà nella circolazione e nei rifornimenti in diverse aree del Sud, documentate dalle cronache ANSA. [8]
Per lo sport, eventuali conseguenze su trasferte e preparazione devono essere verificate caso per caso. Nelle fonti esaminate non è stato accertato un provvedimento federale che confermi i rinvii sportivi segnalati come richiesti dalla stampa locale.
Il collegamento possibile riguarda dunque le condizioni materiali: se una squadra incontra difficoltà a partire, potrebbe dover modificare viaggio, riposo e organizzazione. Questo non consente di presumere un successivo calo di rendimento.
Una protesta sindacale, una repressione politica e una guerra richiedono inoltre distinzioni nette. Differiscono libertà disponibili, pericoli ed esposizione alla violenza. Accostarle serve a esaminare vie diverse attraverso cui la realtà sociale entra nello sport, senza equipararle.
Quando una parte dell’attenzione resta altrove
Il problema cambia profondamente quando una persona teme per la propria sicurezza o per quella dei familiari.
Un atleta può essere fisicamente al sicuro, magari all’estero, e continuare a cercare notizie da casa. In quel contesto, controllare il telefono può rispondere a una necessità concreta: non è automaticamente una distrazione da eliminare.
La teoria del controllo attentivo di Eysenck e colleghi propone che l’ansia possa rendere meno efficiente l’attenzione orientata agli obiettivi e aumentare l’influenza degli stimoli legati alla minaccia. Distingue inoltre il risultato dallo sforzo necessario per ottenerlo: in alcune condizioni, strategie compensatorie possono preservare la qualità della prestazione. [2]
Applicare questo modello agli atleti coinvolti in crisi sociali è un’interpretazione teoricamente fondata, non una verifica diretta di ogni situazione.
Suggerisce però un punto importante: una buona prestazione può richiedere un costo psicologico maggiore rispetto al passato.
Vincere non prova che una persona stia bene. Perdere non dimostra che la preoccupazione abbia compromesso la gara. Il risultato va interpretato insieme a informazioni individuali, tecniche e fisiche.
Che cosa mostrano le ricerche sugli atleti durante la guerra
Pavlova e colleghi hanno raccolto online, tra agosto e settembre 2022, le risposte di 172 atleti ucraini di sollevamento pesi e powerlifting. Hanno misurato soddisfazione di vita, stress percepito, sintomi ansiosi e depressivi e qualità di vita legata alla salute mediante questionari standardizzati. Il campione comprendeva 94 giovani e 78 adulti, distinti usando i 25 anni come soglia. [3]
L’80,8% riferiva difficoltà ad allenarsi a causa della guerra; il 22,6% aveva cambiato residenza e/o sede di allenamento. Nel complesso, il 73,3% rientrava nella categoria di stress definita dallo studio, il 32,0% risultava a rischio per sintomi ansiosi e il 32,6% per sintomi depressivi. Sono esiti di screening, non diagnosi cliniche. [3]
Nei giovani, stress e sintomi depressivi più elevati e lo spostamento di residenza e/o sede di allenamento erano associati a minore soddisfazione di vita nel modello statistico. La generica difficoltà ad allenarsi non mostrava invece un’associazione indipendente significativa con questo esito. I giovani riportavano meno frequentemente stress e ansia degli adulti, senza differenze significative nella soddisfazione di vita. [3]
Questi risultati aiutano a separare aspetti che nel linguaggio comune vengono spesso sovrapposti. La soddisfazione di vita riguarda il giudizio complessivo sulla propria esistenza; lo stress percepito e i sintomi ansiosi o depressivi descrivono dimensioni differenti. Un giudizio relativamente favorevole sulla propria vita non basta quindi a escludere difficoltà emotive. Allo stesso modo, segnalare un ostacolo nell’allenamento non significa automaticamente presentare un disturbo psicologico.
L’associazione con lo spostamento suggerisce una domanda concreta per chi lavora con gli atleti: oltre alla disponibilità di una palestra, quali riferimenti sono cambiati? La casa, la vicinanza ai familiari, il rapporto con l’allenatore e le abitudini quotidiane sono aspetti da esplorare nel colloquio. Questa è una possibile lettura applicativa, non un elenco di meccanismi dimostrati dalla ricerca.
Lo studio era trasversale, privo di confronto precedente alla guerra e senza misure della prestazione agonistica. Il campione era circoscritto alle discipline di forza e non considerava adeguatamente esposizione traumatica e storia psicopatologica precedente. [3] Non permette quindi di attribuire alla guerra tutte le difficoltà rilevate, stabilire rapporti di causa ed effetto o prevedere chi avrebbe gareggiato peggio.
Per l’ambiente sportivo, il messaggio è considerare insieme condizioni materiali e vissuto individuale. Chiedere soltanto se l’atleta riesca ancora ad allenarsi lascia aperta una parte importante della valutazione: come sta vivendo quel periodo e di quale sostegno ha bisogno?
Čáslavská nel 1968: la gara e la coscienza civile
La storia rende visibili aspetti che le statistiche, da sole, non raccontano.
Ai Giochi di Città del Messico del 1968, dopo l’invasione della Cecoslovacchia guidata dall’Unione Sovietica, Věra Čáslavská conquistò quattro ori e due argenti. Durante le premiazioni manifestò il proprio dissenso abbassando e voltando il capo mentre veniva eseguito l’inno sovietico. Il gesto ebbe conseguenze sulla sua vita pubblica e professionale. [9, 10]
La vicenda non dimostra che il conflitto l’abbia resa più forte. Non sappiamo quale sarebbe stato il suo rendimento in condizioni differenti.
Documenta invece la possibilità di gareggiare e dissentire all’interno della stessa esperienza. La sua identità civile non scomparve durante la competizione.
Leggere quella storia soltanto attraverso le medaglie rischia di trascurare i vincoli e le conseguenze delle sue scelte. Il successo non cancella il costo personale.
Smith Carlos e Norman quando il podio diventa una presa di posizione
Nella stessa edizione olimpica, il 16 ottobre 1968, un altro podio rese visibile il rapporto tra prestazione e conflitto sociale. Tommie Smith vinse i 200 metri, Peter Norman conquistò l’argento e John Carlos il bronzo. Durante l’inno statunitense, Smith e Carlos abbassarono il capo e sollevarono un pugno guantato di nero, denunciando la discriminazione razziale. Norman indossò il distintivo dell’Olympic Project for Human Rights in solidarietà con loro. [12, 13]
Smith e Carlos furono allontanati dal Villaggio olimpico. La protesta ebbe conseguenze che andarono oltre la cerimonia e incontrò ostilità e minacce. Il riconoscimento pubblico del loro gesto si è trasformato nel tempo: ciò che allora suscitò sanzioni è oggi ricordato dalle istituzioni sportive come un momento importante nella storia dei diritti umani. [12]
Per il tema di questo articolo, il punto è il rapporto tra appartenenza e autonomia. Rappresentare un Paese non implica approvare tutto ciò che accade al suo interno. Gareggiare e manifestare dissenso possono coesistere: in quel caso, la visibilità conquistata attraverso lo sport diventò anche uno spazio di espressione civile.
Sul piano psicologico, questo episodio non consente di misurare quanto il contesto sociale abbia inciso sulla gara, né di attribuire ai protagonisti emozioni o processi mentali non documentati. Mostra però che la vittoria non esaurisce l’esperienza dell’atleta: anche dopo una medaglia restano convinzioni, appartenenze e conseguenze personali da affrontare. Il sostegno dell’ambiente sportivo dovrebbe quindi considerare anche questi aspetti, senza imporre né il silenzio né il ruolo di portavoce.
La Davis italiana del 1976: partecipare è già una scelta
Un altro riferimento riguarda l’Italia.
La finale di Coppa Davis del 1976, nel Cile governato da Augusto Pinochet, provocò un acceso dibattito sulla partecipazione della Nazionale. Gli azzurri andarono a Santiago e conquistarono il trofeo.
Panatta e Bertolucci disputarono parte del doppio indossando magliette rosse: nei racconti successivi dei protagonisti, quel gesto assunse il significato di una protesta. La ricostruzione Rai ripercorre sia la controversia sulla trasferta sia la scelta dei giocatori. [11]
Anche questo episodio illustra scelte e significati, non meccanismi psicologici dimostrati.
Mostra come una competizione possa mettere in relazione obblighi professionali, appartenenza alla squadra e convinzioni personali. Persone coinvolte nello stesso evento possono attribuire un peso diverso a ciascuna dimensione.
Lo psicologo non può stabilire dall’esterno quale posizione un atleta debba assumere. Può aiutarlo a comprendere i propri bisogni, i vincoli e le conseguenze percepite delle alternative.
Il peso di essere trasformati in simboli
In una fase di crisi, al risultato possono aggiungersi aspettative ulteriori: vincere per il Paese, rappresentare una comunità, parlare pubblicamente oppure restare neutrali.
Per alcuni, la partecipazione può offrire continuità, lavoro e un significato personale. Per altri, può diventare difficile da sostenere. Sono esperienze da ascoltare, non da presumere.
Un atleta può sentirsi vicino a una protesta e continuare a gareggiare. Può essere preoccupato senza volerlo raccontare pubblicamente. Può scegliere di fermarsi senza aver perso motivazione per lo sport.
Per questo, presenza, silenzio e risultato non bastano a ricostruire la coscienza di una persona.
Anche il linguaggio della resilienza richiede attenzione: chiedere di trasformare qualsiasi sofferenza in energia può diventare un’altra prestazione da soddisfare.
Che cosa dovrebbe fare l’ambiente sportivo
Il consenso del Comitato Olimpico Internazionale del 2026 richiama una responsabilità condivisa per la salute mentale degli atleti, che comprende ambiente e organizzazione. È un documento di sintesi e raccomandazioni, non una prova sperimentale dell’efficacia di un singolo intervento. [4]
Sul piano applicativo, il primo passo è comprendere che cosa sia concretamente cambiato per quella persona.
Nel caso di un rinvio, servono informazioni chiare e un programma aggiornato. In presenza di preoccupazioni familiari, può essere necessario concordare tempi e modalità di comunicazione. Se emergono sintomi persistenti o difficoltà significative nel funzionamento, occorre una valutazione qualificata.
Le richieste possono essere adattate senza interpretare immediatamente ogni difficoltà come scarso impegno. Va protetta anche l’autonomia dell’atleta, evitando di imporgli dichiarazioni pubbliche, silenzi o narrazioni eroiche.
Il mental training può sostenere attenzione e preparazione. Non può sostituire sicurezza, protezione materiale e assistenza clinica quando necessaria.
Il campo ha confini. La vita dell’atleta no
Le partite rinviate in Francia rendono evidente un rapporto che esiste anche quando il calendario non cambia: lo sport dipende dal contesto sociale.
Quel contesto può modificare le condizioni della preparazione e il vissuto di chi gareggia. Gli effetti sul rendimento dipendono però dall’esposizione, dalle risorse disponibili e dalla persona. Non si deducono automaticamente da una crisi, da una vittoria o da una sconfitta.
Continuare a giocare può significare lavorare, mantenere relazioni o preservare una parte importante della propria vita.
Lo sport offre regole chiare, un tempo definito e un obiettivo da raggiungere. La vita di chi gareggia continua però anche durante la partita: nelle preoccupazioni per i familiari, nelle convinzioni personali, nell’incertezza di ciò che accadrà al ritorno a casa.
Per questo, il risultato racconta soltanto una parte dell’esperienza. Una vittoria può convivere con la sofferenza; una prestazione deludente può avere ragioni che il tabellino non registra.
Quando guardiamo un atleta, vediamo soprattutto ciò che riesce a fare. Quanto cambierebbe il nostro giudizio sulla sua prestazione se sapessimo che cosa sta affrontando per essere lì?
Prima di chiedere a un atleta di lasciare tutto fuori dal campo, dovremmo capire che cosa stia cercando di portare avanti insieme alla gara.
www.sportpsychologycenter.com
Riferimenti scientifici
[1] Hobfoll, S. E. (1989). Conservation of resources: A new attempt at conceptualizing stress. American Psychologist, 44(3), 513–524. https://doi.org/10.1037/0003-066X.44.3.513
[2] Eysenck, M. W., Derakshan, N., Santos, R., & Calvo, M. G. (2007). Anxiety and cognitive performance: Attentional control theory. Emotion, 7(2), 336–353. https://doi.org/10.1037/1528-3542.7.2.336
[3] Pavlova, I., Roztorhui, M., Petrytsa, P., Melnyk, T., Nalyvayko, N., & Ohnystyi, A. (2023). Well-being and Life Satisfaction of Strength Athletes During War: Role of Individual and Health-Related Determinants. Montenegrin Journal of Sports Science and Medicine, 12(2), 25–31. https://doi.org/10.26773/mjssm.230904
[4] Reardon, C. L., et al. (2026). Mental health in elite athletes: International Olympic Committee consensus statement (2026). https://doi.org/10.1136/bjsports-2025-111514
Fonti di cronaca e storiche
[5] Il Fatto Quotidiano, 21 ottobre 2026. Proteste in Francia, tre partite rinviate: è emergenza. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/10/21/proteste-carovita-francia-partite-calcio-rinviate-emergenza-ordine-pubblico/8545550/
[6] LFP, 21 ottobre 2026. Toulouse FC – ESTAC Troyes décalé au dimanche 25 octobre à 17h15. https://www.lfp.fr/article/toulouse-fc-estac-troyes-decale-au-dimanche-25-octobre-a-17-h15
[7] LFP, 20 ottobre 2026. Montpellier Hérault SC – Red Star FC reporté au lundi 26 octobre à 20h45. https://www.lfp.fr/article/montpellier-herault-sc-red-star-fc-reporte-au-lundi-26-octobre-a-20-h45
[8] ANSA, 20 ottobre 2026. Governo promette un miliardo ai camionisti, ma i blocchi continuano. https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/20/governo-promette-un-miliardo-ai-camionisti-ma-i-blocchi-continuano_3a6127ff-0b4c-4c40-8785-32cfb644514b.html
[9] Olympedia. Věra Čáslavská. https://www.olympedia.org/athletes/29115
[10] Radio Free Europe/Radio Liberty, 31 agosto 2016. Vera Caslavska, Czech Gymnastics Great Who Protested 1968 Invasion, Dead at 74. https://www.rferl.org/a/vera-caslavska-obituary-gymnastics-olympics-dead-74/27957727.html
[11] Rai News, 19 dicembre 2022. Rivediamo la Coppa Davis vinta in Cile nel 1976. Quel gesto plateale delle magliette rosse in campo. https://www.rainews.it/video/2022/12/tennis-coppa-davis-1976-cile-adriano-panatta-video-dbb412c1-8d64-4318-8f78-5e89456846fc.html
[12] World Athletics (2018). Iconic Mexico City Olympic podium protest turns 50. https://worldathletics.org/competitions/heritage/news/mexico-city-1968-olympic-games-protest-50th-a
[13] World Athletics (2020). Five decades on from podium salute, 1968 Olympic 200m medallists Smith, Norman and Carlos continue to inspire. https://worldathletics.org/news/feature/1968-olympic-podium-salute-smith-norman-carlos-presidents-award
I casi storici illustrano scelte e vincoli; non dimostrano i processi psicologici dei protagonisti. Le indicazioni applicative proposte richiedono una valutazione individuale.
