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6 Luglio 2026
A cura di Fabio Zarra
Stasera, al MetLife Stadium di East Rutherford, Brasile e Norvegia si giocano un posto ai quarti di finale del Mondiale. Sulla panchina norvegese siede un uomo che, diciannove anni fa, è stato dichiarato clinicamente morto per sette minuti. Nei giorni scorsi, un video dello spogliatoio scandinavo è diventato virale: Ståle Solbakken si rivolge alla telecamera e lancia una sfida diretta al collega italiano — “Carlo Ancelotti, stiamo arrivando per te”. Non è la sparata di un allenatore in cerca di visibilità. È coerente con una traiettoria personale che la psicologia della crescita post-traumatica permette di leggere con più precisione di quanto faccia la cronaca sportiva.
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01 – Il fatto
Nel 2007 Solbakken, allora ancora tesserato come calciatore-allenatore, ha avuto un arresto cardiaco improvviso durante una seduta di allenamento, causato da un difetto cardiaco congenito non diagnosticato in precedenza. Il cuore si è fermato per sette minuti. È rimasto in coma per trenta ore. Al risveglio, gli è stato impiantato un pacemaker; a 33 anni ha scelto di chiudere con il calcio giocato, dichiarando di non voler “sfidare il destino” una seconda volta. È tornato in panchina, e oggi, a 58 anni, guida la Norvegia alla sua prima fase a eliminazione diretta di un Mondiale dal 1998.
Nello stesso torneo, un altro episodio ha attirato l’attenzione dei media: prima della sfida con l’Iraq, Solbakken ha pubblicamente ridimensionato l’assenza dall’allenamento di un giocatore febbricitante, con toni giudicati da alcuni osservatori eccessivamente duri. Due segnali dello stesso tratto: un allenatore che comunica, sia ai propri giocatori sia agli avversari, un rapporto con il rischio e con la paura fuori dagli standard.
02 – Cosa dice la ricerca sulla crescita post-traumatica
Non è possibile, né corretto, formulare una diagnosi psicologica su una persona che non abbiamo in cura — e non è questo l’obiettivo dell’articolo. Ciò che possiamo fare, con onestà scientifica, è inquadrare il fenomeno attraverso un costrutto solido della letteratura: la crescita post-traumatica (post-traumatic growth), descritta per la prima volta in modo sistematico da Tedeschi e Calhoun (1996) nel Journal of Traumatic Stress. Il modello descrive come, in una minoranza significativa di persone che sopravvivono a eventi che minacciano l’esistenza — arresti cardiaci, diagnosi gravi, incidenti — si osservi non solo un recupero, ma un cambiamento positivo e duraturo in almeno una di cinque aree: apprezzamento della vita, relazioni con gli altri, nuove possibilità percepite, forza personale percepita, cambiamento spirituale o esistenziale.
Un elemento centrale del modello è la ristrutturazione della percezione del rischio: chi ha attraversato un confronto diretto con la propria mortalità tende a ricalibrare cosa considera “pericoloso” o “da evitare” nella vita quotidiana e professionale. Una sfida pubblica a un allenatore di fama mondiale, in questa chiave, pesa psicologicamente meno per chi ha già sperimentato l’esperienza limite della morte clinica. Non è incoscienza: è una gerarchia di rischi ricalibrata.
Va detto con altrettanta chiarezza che la crescita post-traumatica non è un esito automatico né universale — la letteratura documenta anche traiettorie di stress cronico, ansia legata alla salute ed evitamento in seguito a eventi cardiaci improvvisi. Il modello descrive una possibilità, non una regola, e i due percorsi (crescita e vulnerabilità prolungata) possono coesistere nella stessa persona in momenti diversi.
03 – Provocazione come strumento, non come tratto caratteriale
Il video virale — “stiamo arrivando per te” — si inserisce in un filone di ricerca meno noto al grande pubblico ma consolidato: la gamesmanship verbale pre-partita, o trash talk. Lo studio di riferimento sul tema, condotto da Rainey e Granito (2010) su oltre 400 atleti universitari (Journal of Sport Behavior, 33[3], 276-294), mostra che chi la pratica dichiara motivazioni multiple e compresenti: auto-attivarsi psicologicamente, destabilizzare l’avversario e comunicare fiducia al proprio gruppo. Non esiste quindi un’unica funzione dominante — la ricerca invita a diffidare di letture troppo lineari (“è solo per motivare i propri giocatori” oppure “è solo per intimidire l’avversario”). Quello che è documentabile, nel caso specifico, è che l’esultanza dello spogliatoio norvegese è esplosa subito dopo la battuta di Solbakken: un segnale coerente con la componente di auto-attivazione di gruppo descritta in letteratura, accanto — non al posto — dell’eventuale effetto destabilizzante su Ancelotti e i suoi giocatori.
04 – Due stili di leadership a confronto
La sfida di stasera mette di fronte due filosofie di gestione della pressione ben documentate nella letteratura sulla leadership sportiva. Ancelotti è stato descritto dalla stampa che segue il Brasile come il “leader calmo”, che ha attribuito la rimonta contro il Giappone a “tranquillità e sicurezza” trasmesse al gruppo — un approccio coerente con i modelli di leadership trasformazionale a bassa attivazione emotiva, che puntano sulla stabilità percepita come risorsa in condizioni di pressione acuta. Solbakken rappresenta l’estremo opposto: leadership ad alta attivazione, che usa la provocazione esterna e la severità interna (come nel caso del giocatore febbricitante) come leve motivazionali.
Qui la cautela è d’obbligo: la letteratura sul rapporto allenatore-atleta, in particolare gli studi condotti nel quadro della self-determination theory (Mageau e Vallerand, 2003, Journal of Sports Sciences), mostra che gli stili di coaching più controllanti e meno supportivi dell’autonomia funzionano solo entro margini stretti, e nel tempo tendono a correlare con motivazione più fragile e maggior rischio di burnout nell’atleta. Lo stile di Solbakken può essere efficace nel breve periodo di un torneo a eliminazione diretta — dove serve attivazione immediata più che sostenibilità a lungo termine — ma non va scambiato per un modello di leadership da replicare senza distinzioni di contesto.
05 – Una lettura, non un verdetto
Non sapremo mai con certezza quanto della leadership di Solbakken sia diretta conseguenza di quei sette minuti nel 2007, e quanto invece rientri semplicemente nel suo temperamento pre-esistente. Quello che la psicologia dello sport può offrire non è una spiegazione definitiva, ma una lente più rigorosa delle solite narrazioni motivazionali da spogliatoio: un allenatore che ha ricalibrato la propria gerarchia del rischio, che usa la provocazione come collante di gruppo più che come arma contro l’avversario, e che stasera si gioca — con Ancelotti, non solo contro di lui — una delle partite più attese di questo Mondiale.
Fonti principali
Tedeschi, R.G. & Calhoun, L.G. (1996). The Posttraumatic Growth Inventory: Measuring the positive legacy of trauma. Journal of Traumatic Stress, 9(3), 455–471. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/8827649/
Mageau, G.A. & Vallerand, R.J. (2003). The coach–athlete relationship: A motivational model. Journal of Sports Sciences, 21(11), 883–904.
Rainey, D.W. & Granito, V. (2010). Normative rules for trash talk among college athletes. Journal of Sport Behavior, 33(3), 276–294.
