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A cura di Fabio Zarra
Stanotte, a Seattle, Stati Uniti e Belgio si giocano un posto ai quarti di finale del Mondiale in un clima che raramente si vede alla vigilia di un ottavo di finale. Folarin Balogun, capocannoniere della nazionale a stelle e strisce con tre gol in quattro partite, era stato espulso con cartellino rosso diretto contro la Bosnia-Erzegovina per un contatto sulla caviglia di un difensore avversario, giudicato involontario ma comunque sanzionato secondo il regolamento FIFA, che prevede la squalifica automatica per la gara successiva. Domenica la Commissione Disciplinare FIFA ha invece deciso di sospendere quella squalifica per un anno, richiamando l’articolo 27 del proprio codice disciplinare — rendendo Balogun disponibile per la sfida col Belgio. La federazione belga si è detta “sbalordita”, contestando che l’articolo 66.4 dello stesso codice preveda l’automatismo della sanzione, e ha lasciato aperta la porta a un ricorso. Nel frattempo è emerso che il presidente statunitense Donald Trump avrebbe telefonato personalmente al presidente FIFA Gianni Infantino per chiedere una revisione del caso.
Non è compito di questo articolo stabilire se la decisione della FIFA sia stata corretta, né entrare nel merito politico della vicenda: la stampa sportiva e le federazioni coinvolte stanno già presidiando quel terreno. Quello che possiamo fare, con gli strumenti della psicologia dello sport, è guardare a cosa succede — sul piano mentale, non giudiziario — quando un evento di questo tipo si inserisce nella vigilia di una partita che conta.
Due squadre, due esperienze psicologiche diverse
Il Belgio: la psicologia della percezione di ingiustizia
Da oltre trent’anni la ricerca in psicologia organizzativa studia cosa succede quando una persona — o un gruppo — percepisce di essere trattata in modo iniquo rispetto a un sistema di regole condiviso. Il modello di riferimento resta quello dell’equità di Adams (1965): quando una parte percepisce che il rapporto tra i propri input (rispetto delle regole, impegno) e i propri output (trattamento ricevuto) è sbilanciato rispetto a quello di un’altra parte, si attiva una spinta motivazionale a “riequilibrare” la situazione — spesso attraverso un aumento dello sforzo o dell’attivazione agonistica. Colquitt (2001), nel lavoro che ha sistematizzato il costrutto della giustizia organizzativa in tre dimensioni (distributiva, procedurale, interazionale), ha mostrato quanto la percezione di scorrettezza nelle procedure — non solo negli esiti — pesi sulla motivazione e sul comportamento dei membri di un’organizzazione.
Va detto con chiarezza: la ricerca sulla giustizia organizzativa nello sport si è concentrata quasi sempre sul rapporto tra atleta e propria squadra o federazione (selezioni, minutaggio, trattamento dell’allenatore), non sul caso — più raro e meno studiato — di una nazionale che percepisce un torto da parte dell’organismo che gestisce l’intera competizione. Estendere questo modello al caso Belgio-FIFA è quindi un’estrapolazione plausibile dalla teoria dell’equità, non la citazione di uno studio che abbia già misurato esattamente questo scenario. Con questa cautela, il meccanismo previsto dalla teoria — percezione di iniquità procedurale che si traduce in maggiore attivazione e possibile aumento dell’aggressività agonistica (non falli, ma intensità di gioco) — è comunque uno degli strumenti più solidi che la disciplina offre per leggere una squadra che scende in campo sentendosi “nel giusto” contro un sistema percepito come ostile.
Balogun: giocare sotto una “grazia” pubblica
Sul fronte opposto, Balogun affronta una condizione psicologica meno indagata ma altrettanto reale: scendere in campo sapendo che la propria stessa presenza è oggetto di contestazione internazionale. Prima della decisione, l’attaccante aveva dichiarato di considerare la squalifica “qualcosa che devo semplicemente accettare” — un atteggiamento di accettazione stoica coerente con strategie di coping centrate sul controllo di ciò che è nelle proprie mani. La sospensione improvvisa della sanzione cambia bruscamente lo scenario: da giocatore rassegnato a saltare la partita, a protagonista di un caso mediatico e diplomatico nel giro di ventiquattr’ore.
Qui entra in gioco un filone di ricerca più consolidato: gli studi sul cosiddetto choking under pressure, a partire dal lavoro classico di Baumeister (1984, Journal of Personality and Social Psychology), secondo cui l’aumento della auto-consapevolezza indotta da un’attenzione esterna intensa e valutativa può interferire con l’esecuzione di abilità motorie normalmente automatiche, spingendo l’atleta a “sorvegliare” consapevolmente movimenti che funzionano meglio se lasciati alla proceduralizzazione automatica. Balogun non gioca stanotte una partita qualsiasi sotto pressione: gioca una partita in cui ogni suo contatto di gioco, per settimane, verrà riletto alla luce del precedente — una condizione di scrutinio pubblico che la letteratura associa a un rischio aumentato, non garantito, di autoregolazione motoria disfunzionale nei momenti-chiave.
Il paradosso della “vittoria giusta”
C’è infine un terzo livello, più sottile, che riguarda l’esito della partita indipendentemente da chi vince. Se gli Stati Uniti dovessero passare il turno, il risultato sportivo resterà per una parte dell’opinione pubblica sportiva accompagnato da un dubbio di legittimità — un fenomeno che la psicologia sociale descrive attraverso il concetto di tainted victory (vittoria “macchiata”): l’esito è formalmente valido, ma psicologicamente meno pienamente attribuibile al merito, sia per chi vince sia per chi osserva. Per gli Stati Uniti ospitanti, che non raggiungono i quarti di un Mondiale dal 2002, questo significa che l’eventuale qualificazione porterà con sé una narrazione duplice — sportiva e politica — difficile da scindere, indipendentemente da quanto la prestazione in campo sia stata solida.
Una lettura, non un verdetto
La psicologia dello sport non può dire se la decisione della FIFA sia stata giusta. Può però offrire una lente per capire perché questa partita, più di altre, si giochi già prima del fischio d’inizio: su un lato del campo una squadra che scende in campo con la spinta motivazionale, ben documentata dalla letteratura sull’equità, di chi si sente vittima di un torto procedurale; sull’altro un attaccante che deve trovare il proprio gioco automatico mentre è, suo malgrado, il centro di un caso internazionale. Sono due condizioni psicologiche opposte, generate dallo stesso evento — e stasera si affrontano sullo stesso campo.
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Fonti principali
Adams, J.S. (1965). Inequity in social exchange. In L. Berkowitz (Ed.), Advances in Experimental Social Psychology (Vol. 2, pp. 267–299). Academic Press.https://www.sciencedirect.com/science/chapter/bookseries/abs/pii/S0065260108601082
Colquitt, J.A. (2001). On the dimensionality of organizational justice: A construct validation of a measure. Journal of Applied Psychology, 86(3), 386–400.
Baumeister, R.F. (1984). Choking under pressure: Self-consciousness and paradoxical effects of incentives on skillful performance. Journal of Personality and Social Psychology, 46(3), 610–620.Nota redazionale: l’applicazione della teoria dell’equità (Adams, 1965) al rapporto tra una nazionale e un organismo internazionale come la FIFA è un’estensione ragionata del modello, non l’esito di uno studio condotto su questo caso specifico. La letteratura sulla giustizia organizzativa nello sport riguarda quasi interamente il rapporto interno atleta-allenatore-federazione; questo va segnalato esplicitamente ai lettori più attenti
