Come si difende un Mondiale a 20 anni: il caso Antonelli
10 October 2026Nadal e le bottigliette: quanto conta davvero un rituale?
21 October 2026La polemica sui calendari riapre una domanda che attraversa il calcio: perché accettiamo la fatica di un muscolo, ma discutiamo quella della mente?

Di Fabio Zarra
La polemica sui calendari: quanto si può chiedere a un calciatore?
Il 16 ottobre, il confronto tra Maurizio Sarri e il presidente dell’Associazione Italiana Calciatori, Umberto Calcagno, ha riportato al centro dell’attenzione il rapporto tra calendari, infortuni e salute. Nella ricostruzione di ANSA, Calcagno ha risposto alle critiche dell’allenatore richiamando le iniziative dell’AIC e della FIFPRO contro il sovraccarico degli impegni e la necessità di tutelare il recupero dei giocatori. [1]
La notizia riguarda l’organizzazione del calcio e la salute dei calciatori. Offre anche lo spunto per una riflessione psicologica, senza consentire valutazioni sullo stato mentale dei protagonisti: che cosa succede quando alla richiesta di prestazione si aggiunge l’aspettativa di essere sempre disponibili?
«Con quello che guadagnano, dovrebbero solo giocare» sintetizza una posizione riconoscibile nel dibattito sportivo. Qui è una formula esemplificativa, non una dichiarazione attribuita a Sarri o a Calcagno. Il compenso diventa il criterio con cui stabilire quanta fatica una persona possa legittimamente esprimere. Ma uno stipendio misura il valore economico di un contratto, non la capacità di recupero di un organismo.
Il privilegio economico non garantisce immunità psicologica
Un atleta molto remunerato dispone di risorse e opportunità che meritano di essere riconosciute. Da questo, tuttavia, non segue che sia protetto da qualsiasi difficoltà psicologica.
La revisione sistematica e meta-analisi di Gouttebarge e colleghi, pubblicata nel 2019, ha documentato la presenza di sintomi di salute mentale negli atleti d’élite. Per i sintomi di ansia/depressione, la stima aggregata negli atleti in attività era del 34%. Non significa che un terzo dei calciatori abbia una diagnosi clinica: gli studi comprendevano sport, strumenti e popolazioni differenti, e rilevare sintomi non equivale automaticamente a formulare una diagnosi. [2]
Il dato non dimostra neppure che gli atleti più pagati soffrano di più o di meno: questa analisi non consente conclusioni specifiche sul reddito. Mostra che raggiungere l’élite sportiva non esclude la possibilità di soffrire. Lo stato di un singolo giocatore richiede una valutazione individuale.
Essere stanchi non significa aver perso la voglia
Nel calcio interpretiamo spesso ciò che vediamo attraverso categorie morali: corre poco perché non si impegna, sbaglia perché non è concentrato, appare spento perché non ha fame. Sono interpretazioni possibili, non spiegazioni dimostrate.
Uno studio sperimentale di Smith e colleghi del 2016 aiuta a distinguere fatica e motivazione. Due piccoli campioni, rispettivamente di 12 e 14 calciatori, hanno svolto prove fisiche o tecniche dopo trenta minuti di un compito cognitivo impegnativo oppure una condizione di controllo. Nella condizione di fatica mentale sono emersi una minore distanza percorsa nel test intermittente e peggioramenti in alcuni indicatori di passaggio e tiro. La motivazione dichiarata era simile nelle due condizioni. [3]
È quindi possibile essere motivati e rendere meno in una condizione di affaticamento mentale. Occorre però rispettare i limiti dello studio: campioni ridotti, prove specifiche e fatica indotta sperimentalmente. Non riproduce una stagione professionistica e non dimostra che un calendario congestionato spieghi un determinato errore domenicale.
Fatica mentale burnout e depressione richiedono distinzioni
Nel linguaggio sportivo, «è in burnout» rischia di diventare un’etichetta per qualsiasi periodo difficile. La precisione serve a comprendere il problema e a individuare il sostegno appropriato.
La fatica mentale può essere uno stato transitorio conseguente a richieste cognitive prolungate. Il burnout dell’atleta è invece un costrutto più articolato: comprende esaurimento fisico ed emotivo, ridotto senso di realizzazione e svalutazione della pratica sportiva. La revisione di Gustafsson, DeFreese e Madigan descrive fattori personali e ambientali associati al burnout, comprese le preoccupazioni perfezionistiche e le esperienze sociali negative. Gli autori segnalano anche limiti della misurazione e delle conoscenze su prevenzione e trattamento. [4]
Il burnout non coincide con la stanchezza di una settimana intensa. Anche i disturbi depressivi richiedono una valutazione specifica: non si identificano osservando una partita o un’espressione in panchina. Queste esperienze possono intrecciarsi, ma non sono intercambiabili.
Il costo di dover sembrare sempre forti
Quando un atleta teme che ammettere una difficoltà venga interpretato come debolezza, chiedere aiuto può diventare complicato.
La revisione sistematica e meta-analisi di Cosh e colleghi del 2024, che comprende 22 studi, individua tra le barriere alla ricerca di supporto lo stigma, la paura di essere esclusi dalle selezioni e le preoccupazioni sulla riservatezza. Emergono inoltre difficoltà nel riconoscere i problemi e nel conoscere i servizi disponibili. [5]
In questo contesto, il messaggio «non hai diritto di lamentarti» può aggiungere una barriera: è un’interpretazione coerente con la ricerca sullo stigma, non la dimostrazione che una singola frase produca necessariamente un danno.
Per una società sportiva, rendere accessibile il sostegno significa anche chiarire chi riceve le informazioni, quali siano i limiti della riservatezza e come si acceda ai professionisti. La revisione identifica nella normalizzazione delle esperienze e nel sostegno dell’ambiente possibili facilitatori della richiesta di aiuto. L’efficacia di ogni intervento specifico va comunque valutata. [5]
Il mental training ha bisogno di un ambiente che lo sostenga
Il consenso del Comitato Olimpico Internazionale del 2019 sottolinea che la gestione della salute mentale deve considerare sia il singolo atleta sia l’ambiente in cui si allena e compete. Il documento del 2026 aggiorna questo orientamento, richiamando anche leadership, cultura organizzativa e ostacoli all’accesso alle cure. [6, 7]
Per chi lavora nella psicologia dello sport, la conseguenza pratica è che l’allenamento di attenzione, attivazione e dialogo interno deve accompagnarsi alla comprensione delle richieste affrontate dall’atleta. Un esercizio mentale non può diventare la risposta automatica a ogni segnale di sovraccarico.
Occorre capire che cosa sta succedendo, quali risorse siano disponibili e se servano cambiamenti nel recupero, nella comunicazione o nell’assistenza professionale. Il mental training orientato alla prestazione e l’assistenza clinica hanno obiettivi e competenze specifici: quando emergono sintomi significativi, è necessaria una valutazione qualificata.
La domanda che dovrebbe guidare il calcio
Possiamo discutere gli stipendi, il prezzo dei biglietti e le responsabilità dei professionisti. Possiamo pretendere serietà e impegno. Quando si parla di salute, però, la possibilità di provare fatica non si assegna in proporzione al reddito.
Un contratto può prevedere una prestazione. Non può garantire una disponibilità psicofisica illimitata.
La domanda utile è come organizzare lo sport affinché gli atleti possano sostenere le richieste del proprio ruolo nel tempo. Riconoscere i limiti umani è parte di questo lavoro, anche quando chi scende in campo guadagna milioni.
www.sportpsychologycenter.com
Scientific references
[1] ANSA (16 ottobre 2026). Calcio: Calcagno a Sarri, «Aic si batte da anni per salute giocatori». Fonte giornalistica del fatto di cronaca. https://www.ansa.it/sito/notizie/sport/calcio/2026/10/16/calcio-calcagno-a-sarri-aic-si-batte-da-anni-per-salute-giocatori_556d33aa-221c-4a7a-8d6f-9fec1c55e3c8.html
[2] Gouttebarge, V., et al. (2019). Occurrence of mental health symptoms and disorders in current and former elite athletes: a systematic review and meta-analysis. British Journal of Sports Medicine, 53(11), 700–706. https://doi.org/10.1136/bjsports-2019-100671
[3] Smith, M. R., Coutts, A. J., Merlini, M., Deprez, D., Lenoir, M., & Marcora, S. M. (2016). Mental Fatigue Impairs Soccer-Specific Physical and Technical Performance. Medicine & Science in Sports & Exercise, 48(2), 267–276. https://doi.org/10.1249/MSS.0000000000000762
[4] Gustafsson, H., DeFreese, J. D., & Madigan, D. J. (2017). Athlete burnout: Review and recommendations. Current Opinion in Psychology, 16, 109–113. https://doi.org/10.1016/j.copsyc.2017.05.002
[5] Cosh, S. M., McNeil, D. G., Jeffreys, A., Clark, L., & Tully, P. J. (2024). Athlete mental health help-seeking: A systematic review and meta-analysis of rates, barriers and facilitators. Psychology of Sport and Exercise, 71, 102586. https://doi.org/10.1016/j.psychsport.2023.102586
[6] Reardon, C. L., et al. (2019). Mental health in elite athletes: International Olympic Committee consensus statement (2019). British Journal of Sports Medicine, 53(11), 667–699. https://doi.org/10.1136/bjsports-2019-100715
[7] Reardon, C. L., et al. (2026). Mental health in elite athletes: International Olympic Committee consensus statement (2026). https://doi.org/10.1136/bjsports-2025-111514 — Identificativo PubMed: 42580854.
Nota sulle evidenze
Le fonti scientifiche comprendono uno studio sperimentale, revisioni e documenti di consenso. Questi ultimi sintetizzano evidenze e raccomandazioni, ma non sono prove sperimentali autonome. Il dato del 34% non è una stima diagnostica dei calciatori; lo studio di Smith non dimostra gli effetti di un’intera stagione. Le riflessioni sul reddito sono argomentazioni editoriali, non risultati di studi sugli stipendi. Nessuna fonte qui citata consente diagnosi sui protagonisti della notizia o di attribuire al calendario una specifica condizione psicologica.
