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15 Luglio 2026
di Virginia Marino — www.sportpsychologycenter.com
Il 10 luglio 2026, a Monaco, il keniano Emmanuel Wanyonyi ha corso i 1000 metri in 2:11.83, migliorando di 0.13 secondi un record che resisteva dal 1999. Il dato più interessante, dal punto di vista psicologico, non è il tempo in sé: è che si trattava della prima volta in assoluto in cui Wanyonyi correva quella distanza. Nessuna gara precedente, nessun riferimento personale, nessuna abitudine consolidata su quel percorso specifico — eppure una prestazione da record mondiale al debutto assoluto.
Campione olimpico e mondiale degli 800 metri, Wanyonyi si è presentato ai 1000m con un piano gara costruito insieme allo staff tecnico: due lepri incaricate di portarlo rispettivamente a un passaggio ai 400m e agli 800m coerente con il record. Questo caso permette di leggere due meccanismi psicologici ben documentati in letteratura: la gestione dell’incertezza attraverso l’autoefficacia e la pianificazione, e la protezione della prestazione sotto pressione attraverso l’automatizzazione del comportamento tattico.
Cosa sono le lepri. Nel mezzofondo, le lepri (in inglese pacemakers) sono atleti incaricati di guidare il gruppo a un’andatura prestabilita nelle prime fasi di gara, per poi uscire di scena prima del finale, lasciando spazio ai protagonisti. A Monaco, la prima lepre ha condotto fino ai 400 metri, la seconda fino agli 800, prima che Wanyonyi partisse da solo verso il traguardo. Il loro compito è rendere il ritmo di gara prevedibile e verificabile in tempo reale, invece di lasciarlo alla sola sensazione soggettiva dell’atleta.
1. Correre l’ignoto con un piano: autoefficacia e carico attentivo
Affrontare una distanza mai corsa in gara ufficiale è, dal punto di vista cognitivo, una condizione di incertezza pura: mancano i riferimenti propriocettivi e temporali che normalmente permettono a un atleta di “tarare” lo sforzo lungo il percorso. Albert Bandura, nella sua teoria dell’autoefficacia, ha mostrato come la fiducia di un individuo nella propria capacità di portare a termine un compito derivi soprattutto dalle mastery experiences — le esperienze pregresse di successo in compiti simili — ma anche da fonti indirette come la persuasione verbale di figure di riferimento (in questo caso lo staff tecnico) e la modellazione fornita da chi struttura il compito per l’atleta.
Un esempio pratico. Pensiamo a uno studente che deve sostenere il primo esame orale all’università: difficilmente si sentirà sicuro solo perché “deve andare bene”. La sua fiducia cresce se ha già superato altri esami simili (mastery experience), se un professore di cui si fida gli dice che è preparato (persuasione verbale), o se ha visto un compagno con una preparazione simile superare la stessa prova (modellazione). Sono esattamente le stesse tre leve che lo staff tecnico ha attivato per Wanyonyi prima dei 1000m.
Wanyonyi non aveva mastery experiences dirette sui 1000m, ma aveva un’autoefficacia specifica trasferibile dagli 800m (di cui è primatista personale ai vertici mondiali) e uno strumento concreto per colmare il vuoto di esperienza: un piano di passaggio costruito dallo staff e affidato alle lepri. Questo sposta gran parte del carico decisionale fuori dall’atleta durante la gara. È coerente con la processing efficiency theory di Eysenck e Calvo, secondo cui l’ansia da prestazione consuma risorse della memoria di lavoro che altrimenti sarebbero disponibili per l’esecuzione motoria: avere un riferimento esterno di ritmo riduce il numero di decisioni che l’atleta deve prendere in tempo reale, lasciando più risorse attentive per la sola esecuzione.
Un esempio pratico. È la differenza tra guidare in una città sconosciuta senza indicazioni, dove ogni incrocio richiede una decisione e genera tensione, e guidare seguendo un navigatore che dice quando girare: nel secondo caso restano molte più risorse mentali libere per gestire un imprevisto, come un pedone che attraversa all’improvviso.
Le cronache raccontano che il ritmo reale è stato leggermente più lento del programma nella prima metà di gara, e che Wanyonyi ha rallentato progressivamente negli ultimi 200 metri. Questo è un dettaglio centrale: il record non è arrivato da una gara “perfetta” senza cali, ma da un atleta che ha accettato lo scarto tra piano e realtà senza disorganizzarsi, continuando a eseguire fino alla fine invece di inseguire mentalmente il crono ideale. È un esempio pratico di ciò che nella letteratura sulle pre-performance routines (Cotterill, 2010) viene descritto come funzione primaria della routine: non garantire un’esecuzione perfetta, ma offrire un punto di ancoraggio attentivo stabile a cui tornare quando la gara si discosta dal previsto.
Un esempio pratico. È lo stesso motivo per cui molti giocatori di tennis ripetono sempre la stessa sequenza di gesti prima di ogni servizio, indipendentemente dal punteggio o da come è andato il punto precedente: la routine non serve a garantire un servizio perfetto, ma a ritrovare uno stato attentivo stabile anche subito dopo un errore.
Per la pratica di campo, il parallelo è diretto: la preparazione mentale a un debutto — una nuova categoria, una nuova distanza, un nuovo livello di competizione — trae beneficio dall’avere un piano d’azione concreto e condiviso (target intermedi, ruoli definiti di chi accompagna la prestazione, checkpoint di verifica), che funge da ancora attentiva quando l’esperienza diretta non è disponibile come riferimento e che permette di mantenere la lucidità decisionale anche quando la gara reale si discosta dal piano.
2. Il pattern di gara come ancora psicologica: automaticità e reinvestment theory
Chi segue il mezzofondo internazionale descrive Wanyonyi attraverso un pattern tattico molto riconoscibile: prendere il comando della gara a circa 100 metri dal traguardo e difendere quella posizione a qualunque costo, indipendentemente dall’avversario che ha a fianco. È lo stesso schema che ha usato a Monaco contro un avversario di categoria diversa — lo specialista dei 1500m Jake Wightman, che lo ha inseguito fino alla linea del traguardo — ed è lo stesso schema con cui aveva già vinto il titolo olimpico e quello mondiale sugli 800m.
Il modello di apprendimento motorio di Fitts e Posner distingue tra una fase cognitiva iniziale, in cui l’esecuzione richiede controllo consapevole, e una fase autonoma, in cui il comportamento diventa automatizzato e non richiede più monitoraggio esplicito. Un pattern tattico ripetuto per anni fino a diventare la firma comportamentale di un atleta rientra in questa fase autonoma. Questo ha una ricaduta diretta sulla tenuta sotto pressione: la reinvestment theory di Masters (1992) e gli studi sul choking under pressure di Beilock e Carr (2001) mostrano che le abilità motorie automatizzate sono più resistenti al collasso da pressione rispetto a quelle che richiedono ancora monitoraggio esplicito, perché lo stress da prestazione tende a spingere l’atleta a “reinvestire” attenzione cosciente su un’azione che funziona meglio se lasciata scorrere in automatico — ed è proprio questo reinvestimento esplicito, quando avviene su un compito già automatizzato, a peggiorare la prestazione anziché proteggerla.
Un esempio pratico. È lo stesso principio per cui un guidatore esperto cambia marcia senza pensarci, mentre chi ha appena preso la patente deve concentrarsi consapevolmente su ogni passaggio: la stessa azione, se automatizzata, richiede meno attenzione cosciente e resta stabile anche sotto pressione. Vale anche al contrario: un calciatore esperto che sbaglia un rigore importante a volte lo fa proprio perché in quel momento inizia a pensare passo per passo alla rincorsa e al gesto tecnico, invece di lasciarlo scorrere come ha sempre fatto in allenamento — è esattamente il meccanismo che la reinvestment theory descrive come causa del collasso della prestazione.
Dal punto di vista psicologico, avere un pattern tattico stabile significa anche alimentare una forma di autoefficacia specifica del compito: ogni volta che quel comportamento produce una vittoria, Bandura direbbe che si rinforza una mastery experience legata non alla distanza corsa, ma alla fase di gara (l’ultimo tratto). Questo spiega perché Wanyonyi abbia potuto trasferire la stessa sicurezza tattica dagli 800m — dove l’ha validata decine di volte — a una distanza mai corsa: la firma comportamentale era già automatizzata e non doveva essere ricostruita da zero.
È un principio trasferibile ad altri sport: costruire nell’atleta un repertorio di risposte tattiche stabili per le fasi critiche (l’ultimo tratto, il momento di massima pressione, la gestione del vantaggio), automatizzandole in allenamento fino a renderle indipendenti dal contesto specifico, rende la prestazione meno vulnerabile sia alla novità della situazione sia al monitoraggio esplicito indotto dalla pressione — i due fattori che la letteratura associa più spesso al calo di prestazione nei momenti decisivi.
Implicazioni pratiche per chi lavora con gli atleti
- Costruire piani espliciti per i debutti. Quando un atleta affronta una distanza, una categoria o un contesto nuovo, un piano operativo condiviso con lo staff (target intermedi, checkpoint, ruoli definiti) riduce il carico decisionale in gara e libera risorse attentive per l’esecuzione, coerentemente con la processing efficiency theory.
- Allenare l’autoefficacia per fasi di gara, non solo per risultati. Rinforzare la fiducia dell’atleta su specifiche fasi tecniche o tattiche (il passaggio, l’ultimo tratto, il cambio di ritmo) crea una risorsa psicologica trasferibile a contesti e distanze mai affrontati prima.
- Automatizzare i pattern tattici critici in allenamento. Portare un comportamento tattico dalla fase cognitiva a quella autonoma (Fitts & Posner) lo rende più stabile sotto pressione e meno soggetto al reinvestimento esplicito che la letteratura associa al calo di prestazione nei momenti decisivi.
- Non richiedere l’esecuzione perfetta come condizione di tenuta mentale. La funzione delle routine pre-gara non è eliminare lo scarto tra piano e realtà, ma dare all’atleta un riferimento stabile a cui tornare quando quello scarto si manifesta.
Un contesto, in breve
Vale la pena ricordare, solo come cornice, che Wanyonyi arriva da un percorso personale segnato da difficoltà economiche importanti nell’infanzia e da un rientro alle competizioni internazionali dopo la nascita della prima figlia poche settimane prima. Elementi che con ogni probabilità hanno contribuito alla sua tenuta mentale complessiva, ma che restano sullo sfondo rispetto ai meccanismi di prestazione — autoefficacia, gestione dell’incertezza e automaticità del pattern tattico — che rendono questo record un caso di studio particolarmente ricco per la sport psychology.
Riferimenti scientifici
Bandura, A. (1977). Self-efficacy: Toward a unifying theory of behavioral change. Psychological Review, 84(2), 191–215. http://chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://educational-innovation.sydney.edu.au/news/pdfs/Bandura%201977.pdf
Bandura, A. (1997). Self-efficacy: The exercise of control. W.H. Freeman.
Beilock, S. L., & Carr, T. H. (2001). On the fragility of skilled performance: What governs choking under pressure? Journal of Experimental Psychology: General, 130(4), 701–725.
Cotterill, S. T. (2010). Pre-performance routines in sport: Current understanding and future directions. International Review of Sport and Exercise Psychology, 3(2), 132–153.
Eysenck, M. W., & Calvo, M. G. (1992). Anxiety and performance: The processing efficiency theory. Cognition and Emotion, 6(6), 409–434.
Fitts, P. M., & Posner, M. I. (1967). Human performance. Brooks/Cole.
Masters, R. S. W. (1992). Knowledge, knerves and know-how: The role of explicit versus implicit knowledge in the breakdown of a complex motor skill under pressure. British Journal of Psychology, 83(3), 343–358.
Fonti giornalistiche: World Athletics, Olympics.com, LetsRun.com, Diamond League, Pulse Sports Kenya (luglio 2026).
