Una squalifica sospesa, due psicologie in campo: cosa succede quando la “giustizia sportiva” diventa un caso mondiale
6 Luglio 2026«Combatto con i miei mostri»: Cobolli, il paradosso del favorito e la psicologia della pressione attesa
9 Luglio 2026
A cura di Fabio Zarra
Ieri sera, a Dallas, la Spagna ha eliminato il Portogallo di Cristiano Ronaldo agli ottavi di finale del Mondiale, qualificandosi ai quarti con un gol di Mikel Merino all’ultimo respiro, al 91′. Il protagonista mediatico della serata non è stato Mikel Oyarzabal: è stato lui, però, il titolare che ha giocato l’intera partita nel ruolo di riferimento offensivo, in una sfida che per distacco storico, pressione politica e attesa mondiale è stata una delle più cariche di tensione dell’intero torneo. Non è la prima volta che Oyarzabal recita un ruolo defilato in una notte decisiva della sua nazionale — ed è proprio questa caratteristica, la sua capacità di reggere il peso di momenti enormi senza quasi mai esserne travolto, il filo conduttore di una storia che vale la pena raccontare con gli strumenti della psicologia dello sport, e non solo con quelli della cronaca.
Il fatto: una carriera costruita in un solo posto
Mikel Oyarzabal Ugarte nasce a Eibar, nei Paesi Baschi, nel 1997. Entra nel settore giovanile della Real Sociedad nel 2011, a 14 anni, e da allora non ha mai indossato altra maglia di club: oggi ne è il capitano, con oltre 400 presenze ufficiali e il secondo posto nella classifica marcatori all-time della società di San Sebastián. In un calcio professionistico dove il trasferimento perpetuo è la norma, la sua fedeltà a un solo club per l’intera carriera è un’anomalia statistica, prima ancora che una scelta di cuore.
Il 3 aprile 2021 Oyarzabal firma il gol che decide la Copa del Rey contro l’Athletic Bilbao, portando alla Real Sociedad un trofeo che mancava da 34 anni. È il suo momento di consacrazione definitiva come uomo dei momenti che contano. Poi, il 17 marzo 2022, tutto si ferma: durante un allenamento subisce la rottura completa del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Lo stop forzato è di almeno sei mesi — abbastanza per escluderlo dai convocati della Spagna al Mondiale in Qatar di quello stesso anno, l’unico grande torneo della sua generazione a cui non ha potuto partecipare.
Quando l’infortunio minaccia chi sei, non solo cosa puoi fare
La psicologia dello sport distingue da tempo tra il danno fisico di un infortunio grave e il suo impatto su un costrutto più profondo: l’identità atletica, definita da Brewer, Van Raalte e Linder (1993, International Journal of Sport Psychology) come il grado in cui una persona si identifica con il ruolo di atleta. Gli stessi autori hanno coniato per questo costrutto un’immagine efficace — “i muscoli di Ercole o il tallone d’Achille” — per descriverne la doppia natura: un’identità atletica forte è una risorsa enorme per la motivazione e la prestazione, ma diventa una vulnerabilità profonda proprio nel momento in cui un infortunio grave minaccia di interromperla.
Più specificamente, uno studio successivo degli stessi ricercatori — Brewer, Cornelius, Stephan e Van Raalte (2010, Psychology of Sport and Exercise), condotto specificamente su atleti reduci da ricostruzione del legamento crociato anteriore — ha documentato che molti di essi mettono in atto, durante la riabilitazione, dei “cambiamenti auto-protettivi” nella propria identità atletica: una parziale ridefinizione di sé che li protegge psicologicamente dal rischio di un fallimento nel recupero, ma che può anche complicare, se eccessiva, il pieno reinvestimento successivo nel ruolo sportivo. È una letteratura che si applica in modo quasi chirurgico al caso di Oyarzabal: non un generico “infortunio grave”, ma esattamente il tipo di lesione — crociato anteriore — su cui questa ricerca è stata condotta.
Va detto con onestà che non abbiamo accesso diretto ai processi psicologici interni vissuti da Oyarzabal durante quei mesi lontano dal campo: quello che possiamo osservare sono i suoi comportamenti e le sue stesse parole successive, che offrono un indizio prezioso sul tipo di elaborazione che ha attraversato.
Il ritorno, e una vittoria che “vale di più”
Dopo l’operazione, Oyarzabal torna in campo nella stagione 2022-23 e la Real Sociedad centra la qualificazione in Champions League. Ma è un anno e mezzo più tardi, il 14 luglio 2024, che la sua storia personale si intreccia con quella più importante della nazionale spagnola: subentrato nel secondo tempo della finale di Euro 2024 contro l’Inghilterra, all’86’ Oyarzabal riceve un cross basso di Marc Cucurella e in scivolata firma il gol che vale il quarto titolo continentale della Roja, il gol che consegna a Luis de la Fuente e alla sua squadra il trofeo dopo una finale in perfetto equilibrio.
Quello che rende questo episodio scientificamente interessante non è il gol in sé, ma quello che Oyarzabal ha dichiarato subito dopo, ai microfoni di RTVE: “Ho vissuto dei periodi duri per via dell’infortunio, così questa gioia è speciale, dopo tutto ciò in cui sono passato.” Questa frase è un esempio quasi da manuale di ciò che la letteratura chiama crescita post-traumatica (post-traumatic growth), il costrutto sistematizzato da Tedeschi e Calhoun (1996, Journal of Traumatic Stress): un cambiamento positivo nell’attribuzione di significato a un evento doloroso, che porta la persona a valutare un risultato successivo come più prezioso proprio in virtù della sofferenza attraversata per raggiungerlo — non nonostante essa. A differenza di altri casi che abbiamo trattato in passato su questo blog, qui non stiamo estrapolando un modello teorico su un comportamento osservato: abbiamo la testimonianza diretta e esplicita dell’atleta, che collega lui stesso il proprio infortunio al significato accresciuto della vittoria.
Un decennio di fiducia: il rapporto con De la Fuente
C’è un ultimo elemento della storia di Oyarzabal che aiuta a spiegare perché, nonostante l’esordio disastroso contro Capo Verde, nessuno in Spagna abbia davvero messo in discussione la sua titolarità nelle partite successive. Oyarzabal conosce Luis de la Fuente da oltre dieci anni: il commissario tecnico attuale della Roja lo allenava già nel 2015, alla guida della nazionale spagnola Under 18, in un torneo in Giappone che lo stesso Oyarzabal ha ricordato in una recente intervista come il punto di partenza del loro rapporto. Da allora i due si sono ritrovati a più riprese lungo tutta la trafila delle nazionali giovanili, fino alla panchina della Roja maggiore.
La psicologia dello sport ha un modello consolidato per descrivere cosa rende solido, nel tempo, un rapporto allenatore-atleta: il modello 3+1 Cs di Jowett (2007), che scompone la relazione in quattro dimensioni interdipendenti — closeness (il legame affettivo fatto di fiducia e rispetto reciproco), commitment (l’intenzione di entrambe le parti di mantenere il rapporto nel tempo), complementarity (la capacità di cooperare in modo efficace nell’interazione quotidiana) e co-orientation (la condivisione di una visione comune su obiettivi e modalità di lavoro). Un decennio di frequentazione professionale continuativa, attraverso categorie giovanili e nazionale maggiore, è esattamente il tipo di storia relazionale che questo modello associa a un’elevata solidità su tutte e quattro le dimensioni.
Questo non significa che la fiducia di De la Fuente in Oyarzabal sia “immotivata” dal punto di vista tecnico — i numeri della sua carriera la giustificano ampiamente da soli. Significa però che, nel momento specifico della crisi contro Capo Verde, il commissario tecnico aveva a disposizione una risorsa psicologica aggiuntiva che altri allenatori, con un rapporto più recente o meno consolidato con il proprio attaccante, non avrebbero avuto nella stessa misura: la capacità di leggere quella prestazione anomala come un episodio isolato all’interno di una storia lunga e affidabile, anziché come un segnale d’allarme da correggere con un cambio di modulo o di titolare. È una forma di sicurezza reciproca che si costruisce in anni, non in una sosta per le nazionali, e che aiuta a spiegare — accanto ai meccanismi di resilienza individuale descritti sopra — perché la fiducia nei suoi confronti non abbia vacillato nemmeno dopo la peggior partita della sua carriera internazionale.
Il record negativo e la rimonta silenziosa di questo Mondiale
Il capitolo più recente della storia di Oyarzabal aggiunge un tassello diverso, meno legato al trauma fisico e più alla gestione della prestazione nel breve periodo. All’esordio di questo Mondiale, contro Capo Verde, Oyarzabal vive una delle partite peggiori della sua carriera in maglia Roja: schierato come centravanti, non tocca un solo pallone nei primi 30 minuti di gioco — un record negativo assoluto da quando Opta raccoglie questo dato, nel 1966 — e chiude la gara con appena 25 tocchi totali, ultimo tra i titolari insieme al portiere. Il dato è tanto più sorprendente perché arrivava al torneo con 12 gol nelle precedenti 11 presenze con la nazionale.
Da quella sera in avanti, però, la sua produzione realizzativa nel torneo è cambiata radicalmente: una doppietta nella vittoria per 3-0 contro l’Austria negli ottavi, quattro gol complessivi in quattro presenze, prima di una prestazione più di sacrificio e collettiva contro il Portogallo. È un pattern che la letteratura sulla resilienza sportiva descrive bene: Fletcher e Sarkar (2012, Psychology of Sport and Exercise), in uno studio qualitativo su dodici campioni olimpici, hanno mostrato che la capacità di riprendersi rapidamente da una prestazione fallimentare all’interno di uno stesso torneo — non solo da un trauma pluriennale come un infortunio — è una componente distinta e osservabile della resilienza psicologica degli atleti d’élite, spesso sostenuta da una rivalutazione cognitiva rapida dell’errore (non “sono da buttare”, ma “è stata una partita, non sono io”) e da un forte supporto sociale interno al gruppo squadra.
Va sottolineato un limite di questa lettura: non possiamo escludere che il netto miglioramento di Oyarzabal contro l’Austria dipenda anche da fattori tattici o fisici indipendenti dalla sua psicologia (un sistema di gioco diverso, maggiori spazi concessi dall’avversario). La coincidenza tra il pattern comportamentale e quello descritto dalla letteratura sulla resilienza resta un’ipotesi di lettura plausibile, non una dimostrazione causale.
Un filo che lega tutta la carriera
Ciò che rende il caso di Oyarzabal particolarmente ricco, dal punto di vista della psicologia dello sport, è che offre un esempio raro in cui due forme diverse di resilienza convivono nella stessa persona: una resilienza “lenta”, pluriennale, costruita nella lunga elaborazione di un infortunio che gli ha tolto un Mondiale e in seguito ha ridefinito il significato delle vittorie successive; e una resilienza “rapida”, nel giro di novanta minuti, capace di trasformare la peggiore partita della sua carriera internazionale in una serie di prestazioni decisive nello stesso torneo, appena una settimana dopo.
Non sapremo mai con certezza quanto della sua capacità di reggere la pressione di ieri sera contro il Portogallo — una partita giocata in gran parte in ombra rispetto a Ronaldo, Yamal e infine Merino, ma senza cali evidenti di rendimento — derivi da questa doppia esperienza di ricostruzione, lenta e rapida, di sé stesso come atleta. Quello che possiamo dire, con gli strumenti che la disciplina offre, è che raramente un solo giocatore permette di osservare così chiaramente, nell’arco di pochi anni, entrambe le forme di resilienza che la ricerca ha finora studiato separatamente.
visita il nostro sito www.sportpsychologycenter.com
Fonti principali
Brewer, B.W., Van Raalte, J.L. & Linder, D.E. (1993). Athletic identity: Hercules’ muscles or Achilles heel?. International Journal of Sport Psychology, 24, 237–254.
Brewer, B.W., Cornelius, A.E., Stephan, Y. & Van Raalte, J.L. (2010). Self-protective changes in athletic identity following ACL reconstruction. Psychology of Sport and Exercise, 11, 1–5.
Tedeschi, R.G. & Calhoun, L.G. (1996). The Posttraumatic Growth Inventory: Measuring the positive legacy of trauma. Journal of Traumatic Stress, 9(3), 455–471.
Fletcher, D. & Sarkar, M. (2012). A grounded theory of psychological resilience in Olympic champions. Psychology of Sport and Exercise, 13(5), 669–678. https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1469029212000544
Jowett, S. (2007). Interdependence analysis and the 3+1Cs in the coach-athlete relationship. In S. Jowett & D. Lavallee (a cura di), Social Psychology in Sport (pp. 15–27). Human Kinetics.
Nota redazionale: la dichiarazione di Oyarzabal dopo la finale di Euro 2024 costituisce un riferimento diretto e non un’inferenza degli autori; il collegamento con la letteratura sulla resilienza “rapida” nel Mondiale 2026, invece, resta un’ipotesi di lettura plausibile ma non verificabile con certezza, data la possibile influenza di fattori tattici indipendenti dalla psicologia individuale.
