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Autore Fabio Zarra www.sportpsychologycenter.com

Mercoledì 12 agosto, in semifinale dei 50 dorso agli Europei di nuoto di Parigi, Sara Curtis nuota 26″63 e cancella dai libri il record del mondo di Kaylee McKeown. Poche parole, a caldo: “Follia, non so cosa dire… non ho parole per descriverlo”. Poi aggiunge, ai microfoni di Sky Sport, la frase che più di tutte racconta il momento: “Era il mio sogno più grande”.
24 ore dopo, nella finale della stessa gara, Curtis nuota di nuovo più veloce di tutti e fissa un nuovo record del mondo con il tempo di 26″56. Storica.
La cronaca ha raccontato l’impresa, l’emozione, la progressione stagionale che ha portato Curtis dal record italiano a quello europeo fino a quello mondiale in poche settimane. Ora, l’altra domanda che sorge sorge spontanea è: come si fa a tornare in vasca e a superare se stessi solamente il giorno dopo aver già ottenuto “il sogno più grande”? Dal punto di vista della psicologia dello sport, quel giorno di mezzo è uno dei momenti più delicati che un’atleta possa attraversare.
Il rischio nascosto: quando l’obiettivo arriva troppo presto
In psicologia positiva esiste un fenomeno ben documentato e studiato che prende il nome di “arrival fallacy”, ovvero la “fallacia dell’arrivo”, descritto per la prima volta dallo psicologo di Harvard Tal Ben-Shahar, tra l’altro ex atleta agonista di squash. Ben-Shahar raccontò di aver passato anni a pensare che vincere un certo torneo lo avrebbe finalmente reso felice. Quando finlmente ci riuscí, la gioia durò pochissimo. E, dettaglio interessante, la stessa tensione di sempre tornò quasi subito! Dopo quell’esperienza personale lo studioso decise di approfondire l’argomento e nacque la sua ricerca su un meccanismo molto comune: siamo portati a credere che raggiungere un obiettivo importante ci darà una soddisfazione duratura, lunga nel tempo, arricchita da soddisfazione ed entusiasmo, ma quando quel momento arriva, l’effetto è spesso più breve e più “piatto” di quanto ci aspettassimo, come se la curva di soddisfazione subisce il cosiddetto “plateau”.
Il motivo, a livello psicologico, è da ritrovare nel fatto che la ricompensa emotiva viene “consumata” in anticipo. Durante l’attesa e la preparazione. Il cervello si abitua in fretta a ciò che ha ottenuto (adattamento edonico) e sposta quasi subito l’attenzione su un nuovo traguardo. Pensate ad eventi positivi come una promozione a lungo desiderata, una laurea o l’acquisto della casa dei sogni, essi ci regalano un picco di entusiasmo che si esaurisce più in fretta di quanto si pensasse. Questo accade non perché il risultato non conti, ma perché la mente non è progettata per restare a lungo appagata da un traguardo già raggiunto.
Per un’atleta questo non è solo un tema di benessere psicologico, ma è un rischio di prestazione. Se il record del mondo, ottenuto in semifinale, viene vissuto come il traguardo finale, cosa resta a spingere il corpo e la mente il giorno successivo, in finale, quando la gara più importante deve ancora arrivare? È un problema riconoscibile nello sport ad alto livello. Cali di rendimento immediatamente dopo un risultato-obiettivo, proprio perché quel risultato viene inconsapevolmente vissuto come “la fine del percorso” invece che come una tappa.
Curtis, in finale, ha fatto esattamente l’opposto. Ha migliorato ulteriormente il proprio tempo. Questo porta ad una domanda più utile della semplice ammirazione: cos’è che l’ha protetta da quel calo? Cosa c’è di particolare nel suo approccio?
Obiettivi a tappe: perché scomporre il sogno funziona
Una possibile risposta arriva dalla teoria del goal-setting di Edwin Locke e Gary Latham. Una delle cornici più solide e più studiate in psicologia della motivazione, con oltre quarant’anni di ricerca sia in ambito lavorativo sia sportivo. Uno dei risultati più consistenti di questa teoria è che gli obiettivi lontani nel tempo (“distali”, come “voglio il record del mondo”) sostengono la motivazione molto meglio quando vengono scomposti in obiettivi vicini e verificabili (“prossimali”, come “voglio migliorare la mia partenza in questo allenamento”). Ogni piccolo traguardo raggiunto genera un segnale di progresso concreto. La motivazione viene così alimentata per il passo successivo. Invece di lasciare la persona a fissare un unico risultato enorme e lontano, senza feedback intermedi. Una sorta di passaggio graduale, step by step.
Un esperimento diventato un classico della psicologia della motivazione, condotto da Albert Bandura e Dale Schunk nel 1981, mostra bene perché questo funzioni. I due ricercatori lavorarono con bambini che avevano forti difficoltà e scarso interesse in matematica, dividendoli in tre gruppi. Al primo veniva chiesto di completare una piccola porzione di esercizi ad ogni sessione (obiettivo prossimale), al secondo di completare tutto il programma solo entro l’ultima sessione, settimane dopo (obiettivo distale), al terzo di “fare del proprio meglio” senza un obiettivo specifico. Solo i bambini con l’obiettivo prossimale, quello scomposto in tappe piccole e immediate, mostrarono progressi rapidi, la fiducia più solida nelle proprie capacità (quella che Bandura chiama autoefficacia) e, sorprendentemente, anche il maggiore interesse spontaneo per la materia una volta finito l’esperimento. Il gruppo con l’obiettivo distale, il più simile a un “sogno finale” senza tappe intermedie, non ottenne benefici significativi rispetto a chi non aveva alcun obiettivo.
La stagione di Curtis, vista con questa lente, non è una singola rincorsa a “il record del mondo”, ma una sequenza di obiettivi prossimali via via più ambiziosi. Si passa prima al record italiano (27″33), poi a quello europeo (27″07 al Settecolli), poi al mondiale in semifinale (26″63), infine di nuovo al mondiale in finale (26″56). In questo percorso ogni tappa ha probabilmente funzionato da nuovo punto di partenza più che da traguardo definitivo. Superarla rinforza la fiducia di poter superare anche la successiva, ancora più difficile, esattamente come nell’esperimento di Bandura e Schunk. In altre parole, il record di mercoledì non ha “chiuso” nulla. Ha semplicemente spostato più in alto l’asticella del prossimo obiettivo prossimale, quello di giovedì.
È un principio che vale anche fuori dalla vasca. Immaginate di aver costruito un percorso fatto di traguardi progressivi, step by step. Periferia un muro di protezione dal vuoto motivazionale del “ce l’ho fatta, e adesso?” non significa evitare di fissare grandi obiettivi. Significa in realtà costruire, attorno al grande obiettivo, una scala di gradini più piccoli, verificabili e ravvicinati nel tempo, da salire uno alla volta.
Spingere anche quando basterebbe il minimo
C’è un secondo elemento, più comportamentale, che rafforza questa lettura. Prima della semifinale, quella in cui bastava un piazzamento nelle prime otto per accedere alla finale, Curtis ha raccontato di essersi detta che non le interessava gestire la prova. Ha pensato solo a spingere al massimo. È una scelta che in psicologia dello sport si può leggere attraverso la teoria degli obiettivi di realizzazione (achievement goal theory) elaborata da John Nicholls e poi applicata allo sport da Joan Duda. La distinzione tra un orientamento al compito (“task orientation”) e un orientamento all’ego (“ego orientation”).
La differenza è nel metro con cui si giudica il proprio successo. Un’atleta orientata al compito valuta la propria prestazione confrontandola con se stessa: “ho nuotato meglio di ieri? Ho eseguito meglio la subacquea?”. Un’atleta orientata all’ego valuta invece la propria prestazione confrontandola con le altre: “ho battuto le avversarie, e mi è bastato uno sforzo minore per farlo?”. Per fare un esempio semplice: due nuotatrici arrivano entrambe prime nella propria batteria di qualificazione. Quella orientata all’ego, avendo già raggiunto l’obiettivo (“battere le altre”), può permettersi di rallentare le ultime vasche per risparmiare energie. Quella orientata al compito continua a spingere fino al muro, perché il suo obiettivo — migliorare il proprio limite — non è ancora stato raggiunto solo perché ha vinto la batteria.
La ricerca in psicologia dello sport associa l’orientamento al compito a una motivazione più stabile nel tempo e meno dipendente dal contesto. Chi si misura contro se stesso resta motivato sia in una gara decisiva sia in una tappa apparentemente minore, come una semifinale “di passaggio”. È un pattern coerente con quanto dichiarato da Curtis. È utile a spiegare sia perché una semifinale non decisiva sia comunque diventata la sede di un record del mondo, sia perché il giorno dopo, con la pressione ancora più alta, quella stessa spinta abbia potuto ripetersi.
Il punto per chi allena o si allena
La storia di Sara Curtis è prima di tutto una storia di talento e di anni di lavoro. Ma il modo in cui ha attraversato le ventiquattr’ore più delicate — quelle tra un sogno appena realizzato e la gara che doveva ancora arrivare — offre un’indicazione pratica che vale per qualsiasi atleta, a qualsiasi livello. Un grande obiettivo raggiunto va subito ricollocato dentro una sequenza più ampia, con un prossimo gradino già visibile. Il metro del successo va tenuto ancorato al proprio miglioramento più che al solo risultato della singola gara. È probabilmente questo, più della sola qualità del gesto tecnico, ad aver permesso a Curtis di continuare a spingere quando avrebbe già potuto sentirsi arrivata. Organizzazione, metodo e sfida…con se stessa!
Nota: le dichiarazioni di Sara Curtis citate in questo articolo sono tratte dalle interviste post-gara rilasciate a Sky Sport e Rai Sport dopo semifinale e finale dei 50 dorso agli Europei di Parigi 2026. La lettura psicologica proposta è un’applicazione, a scopo divulgativo, di teorie consolidate della letteratura scientifica a un caso pubblico, e non un’analisi clinica o una ricostruzione autorizzata del vissuto dell’atleta.
Riferimenti
Ben-Shahar, T. (2007). Happier: Learn the Secrets to Daily Joy and Lasting Fulfillment. https://psycnet.apa.org/record/2008-10897-020
Locke, E. A., & Latham, G. P. (2002). Building a practically useful theory of goal setting and task motivation. American Psychologist, 57(9), 705–717.
Bandura, A., & Schunk, D. H. (1981). Cultivating competence, self-efficacy, and intrinsic interest through proximal self-motivation. Journal of Personality and Social Psychology, 41(3), 586–598.
Nicholls, J. G. (1989). The Competitive Ethos and Democratic Education.
Duda, J. L. (1992). Motivation in sport settings: A goal perspective approach.
