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11 Luglio 2026Wimbledon, 8 luglio 2026. Flavio Cobolli, numero 10 del mondo, perde nei quarti di finale contro Arthur Fery, numero 114 e wild card britannico. Tre set secchi. Poi, in conferenza stampa, dice una cosa rara: «Il mio inconscio pensa che io sia un giocatore da battere e poi mi trovo a combattere i miei mostri in campo». La psicologia ha un nome preciso per quei mostri.

Autore Fabio Zarra
Flavio Cobolli arriva al Central Court di Wimbledon l’8 luglio 2026 come numero 10 del mondo, finalista al Roland Garros poche settimane prima, numero cinque nella Race. Arthur Fery arriva come numero 114 del mondo, wild card del torneo di casa, ventitré anni, senza un singolo titolo ATP in bacheca. Sulla carta, una partita quasi senza storia. Nella realtà, un 6-4 7-6(4) 6-0 in favore di Fery, che diventa il secondo wild card britannico ad arrivare in semifinale a Wimbledon dopo Goran Ivanisevic nel 1992. Cobolli esce in silenzio dal campo — sotto gli occhi della regina Camilla, con il suo amico d’infanzia Edoardo Bove nel box — e va in conferenza stampa.
Quello che dice in quella sala è tra le cose più psicologicamente dense che un atleta italiano abbia pronunciato quest’anno. Non è una serie di scuse. Non è l’analisi tecnica del match. È una radiografia interna di quello che succede quando un campione si trova nella posizione che non sa ancora gestire: quella del favorito. Vale la pena leggerla con attenzione, perché parla di meccanismi che la psicologia della performance studia da decenni.
01 — LA PARTITA
Un’occasione, poi il tunnel
La gara si mette male fin dal primo game. Cobolli non trova le linee, Fery gioca libero e propositivo, spinge con il dritto e copre il campo con precisione insolita per un wild card di terza fascia. Il break decisivo arriva nel decimo gioco del primo set: Cobolli non converte il set point a disposizione e cede 6-4. Nel secondo set la tensione sale: Cobolli ottiene l’unico break del suo match in apertura, ma non riesce a tenere il vantaggio. Si va al tie-break, Fery apre con il mini-break, prende il largo e chiude 7-4. A quel punto qualcosa si rompe definitivamente.
Il terzo set è un 6-0 in cui Cobolli perde sedici degli ultimi diciassette punti giocati nell’incontro. Smette di vincere i punti decisivi, commette errori gratuiti, discute con il padre Stefano nel box. Fery chiude con un ace. Durata totale: due ore e quattordici minuti. Cobolli si consolerà con il best ranking di numero nove raggiunto nonostante la sconfitta — ma quando esce dalla sala stampa, quel numero non pesa quasi niente.
Non era la prima volta che i due si affrontavano. Agli Australian Open 2026, al primo turno, Fery aveva già battuto Cobolli in tre set netti: 7-6 6-4 6-1. Un precedente che avrebbe dovuto funzionare da avvertimento — e che invece, forse, ha funzionato da peso.
| «Non so cosa dire, sono molto triste con il casino che ho fatto.» FLAVIO COBOLLI · CONFERENZA STAMPA POST-PARTITA, WIMBLEDON 8 LUGLIO 2026 |
02 — LE PAROLE
Una conferenza stampa da manuale
Cobolli entra in sala stampa rabbuiato — «Preferisco rispondere alle domande, per favore» — e poi costruisce, risposta dopo risposta, una delle analisi più oneste che un atleta professionista possa fare di se stesso nel momento peggiore. Vale la pena riportarle in sequenza, perché ogni dichiarazione è un dato clinico.
Prima: «Ho sentito che il mio modo di giocare era perfetto per lui. Penso di non aver giocato bene fin dal primo punto della partita». Non è una scusa tecnica: è il riconoscimento di una difficoltà che inizia prima ancora che la palla entri in gioco — una difficoltà mentale, non muscolare.
Seconda, quella più importante: «Gestisco ancora nel modo sbagliato le partite in cui sono il favorito. Non avrei mai immaginato di giocare un quarto di Slam come favorito così netto. Devo imparare a gestire quella situazione. Il mio inconscio a volte pensa che io sia un giocatore da battere e poi mi trovo a combattere i miei mostri in campo». È una dichiarazione di rara precisione psicologica, che Cobolli pronuncia senza probabilmente sapere quanto accuratamente descriva un meccanismo che la scienza ha documentato in dettaglio.
| «Gestisco ancora nel modo sbagliato le partite in cui sono il favorito. Il mio inconscio a volte pensa che io sia un giocatore da battere e poi mi trovo a combattere i miei mostri in campo.» FLAVIO COBOLLI · CONFERENZA STAMPA POST-PARTITA, WIMBLEDON 8 LUGLIO 2026 |
Terza, sul padre: «Discussioni con papà? Non mi tolgono energia, ma caricano di più l’avversario e ammutoliscono il mio team. Mi sentivo in difficoltà e un po’ solo su un campo del genere. Sentivo di aver bisogno di un po’ di aiuto. Ero veramente perso. Non riuscivo a cambiare il risultato ed è difficile e frustrante. Un mio alibi è mio padre, che subisce fin troppo rispetto a quello che magari merita. Quando sono impotente in campo non sono in me e la mia frustrazione è ricaduta su di lui».
Quarta, il reset: «Non sono il tipo che ha bisogno di aiuti esterni per resettare. È una cosa che noi giocatori siamo abituati a fare e io lo faccio meglio degli altri. Tra cinque minuti magari starò ridendo con tutti i miei amici venuti a vedermi». E poi: «Non è così difficile resettare dopo un quarto di finale Slam. Devo essere più contento che dispiaciuto». Una transizione emotiva che, come vedremo, non è banale quanto appare.
03 — IL PARADOSSO DEL FAVORITO
Perché essere il più forte può far perdere
Cobolli dice di non saper gestire le partite in cui è il favorito netto. È un problema che ha un nome preciso nella psicologia della performance: il paradosso del favorito. Non è un’invenzione romantica: è un fenomeno documentato, con meccanismi fisiologici e cognitivi precisi.
La ricerca di Beilock e Carr sul cedimento sotto pressione — il cosiddetto choking — ha mostrato che la pressione genera un ambiente mentale che dirotta le risorse cognitive dalle automatismi tecnici verso il monitoraggio esplicito della propria performance. Il risultato è paradossale: sotto pressione, l’atleta comincia a «pensare» ai gesti che normalmente esegue in modo automatico, e questo pensiero consapevole frammenta l’esecuzione. Il dritto che in allenamento viene senza riflessione diventa, sotto pressione, un gesto sorvegliato — e la sorveglianza lo rende meno preciso, non più.
Ma c’è una dimensione specifica nel caso del favorito che va oltre il choking classico. Il modello challenge vs. threat di Blascovich e Tomaka descrive due risposte fisiologiche distinte di fronte a una situazione ad alta posta: la risposta di sfida — quando le risorse percepite sono adeguate alla domanda, con vasodilatazione e aumento dell’output cardiovascolare — e la risposta di minaccia — quando la domanda percepita supera le risorse, con vasocostrizione e dispersione attentiva. La logica direbbe che essere il favorito attivi la risposta di sfida. Accade il contrario: quando il risultato atteso è la vittoria, perdere ha un costo identitario enorme. L’asymmetria tra quello che si ha da perdere e quello che l’avversario ha da guadagnare sposta il bilancio verso la minaccia. Cobolli non stava cercando di vincere: stava cercando di non perdere con qualcuno che non avrebbe dovuto batterlo. È una differenza psicologica fondamentale.
| Cobolli nelle partite difficili SFIDA EQUILIBRATA → RISPOSTA DI SFIDA Quando affronta un giocatore della sua fascia o superiore, il rischio è simmetrico. Le risorse percepite sono adeguate alla domanda. L’attenzione va al gioco. | Cobolli come favorito netto ASIMMETRIA → RISPOSTA DI MINACCIA Perdere vale il doppio. La sola possibilità della sconfitta diventa una minaccia identitaria. L’attenzione si sposta dalla partita alla gestione del rischio di perdere. |
04 — I MOSTRI
La teoria degli effetti ironici della mente
«Mi trovo a combattere i miei mostri in campo». È la frase più interessante dell’intera conferenza stampa, e quella che un po’ stupisce per la sua precisione involontaria. Cobolli sta descrivendo — senza saperlo — esattamente quello che Daniel Wegner ha chiamato la teoria dei processi ironici del controllo mentale.
Il punto di partenza di Wegner è apparentemente semplice: quando cerchiamo di sopprimere un pensiero — «non pensare all’orso bianco», nella formulazione classica — accade qualcosa di paradossale. Il cervello attiva due processi simultanei: un processo operativo cosciente che cerca di dirigere l’attenzione altrove, e un processo di monitoraggio inconscio che controlla se il pensiero indesiderato è ancora presente. Il problema è che il processo di monitoraggio, per verificare se il pensiero è stato soppresso, deve continuamente cercarlo. E nel farlo, lo mantiene vivo — anzi, lo rende ipersaliente. Quando le risorse cognitive si riducono — per stanchezza, pressione, stress — il processo di monitoraggio prevale su quello operativo, e il pensiero che si voleva eliminare irrompe con forza maggiore.
Nel caso di Cobolli: il «mostro» è la consapevolezza di dover vincere, di non potersi permettere di perdere con un giocatore di classifica molto inferiore. Più cerca di non pensarci — più vuole concentrarsi sulla palla, sul game, sul servizio — più il processo di monitoraggio verifica se quella paura è ancora lì. E trovandola sempre lì, la amplifica. Il risultato è quello che Cobolli descrive con lucidità: non riesce a giocare il suo tennis, non perché non sappia come farlo, ma perché una parte della sua mente è già altrove — a sorvegliare il rischio.
Wegner ha applicato questo meccanismo specificamente ai gesti atletici, con esperimenti sul putt nel golf e sui movimenti di precisione: gli atleti istruiti a non sbagliare commettono più errori di quelli a cui viene chiesto semplicemente di fare del loro meglio. La morale è controintuitiva ma solida: il tentativo di controllare il pensiero negativo lo rende più potente, non meno. I «mostri» di Cobolli non erano nati in campo. Erano il prodotto del tentativo di cacciarli.
05 — IL PADRE ALIBI
La dislocazione emotiva e i sistemi di supporto
La dichiarazione sul padre è psicologicamente altrettanto interessante, anche se per ragioni diverse. Cobolli ammette apertamente di aver scaricato su Stefano Cobolli — che era nel box come parte del team — la propria frustrazione: «Un mio alibi è mio padre, che subisce fin troppo rispetto a quello che magari merita. Quando sono impotente in campo non sono in me e la mia frustrazione è ricaduta su di lui».
Nella psicologia delle emozioni, questo meccanismo si chiama dislocazione emotiva: la tensione accumulata in una situazione viene riversata su un bersaglio disponibile, spesso proprio la persona più vicina. Non è un’anomalia psicopatologica — è un meccanismo adattivo mal calibrato. Il padre presente nel box diventa, involontariamente, sia il supporto che il parafulmine. Il fatto che Cobolli lo nomini esplicitamente — «subisce fin troppo» — è già un segnale di consapevolezza. Quello che manca è lo strumento per impedire che accada: non riconoscerlo dopo, ma gestirlo durante.
C’è anche un’altra lettura di quella discussione. Cobolli dice: «Mi sentivo in difficoltà e un po’ solo su un campo del genere. Sentivo di aver bisogno di un po’ di aiuto». Un atleta in campo non può ricevere aiuto nel momento del bisogno: deve aver già interiorizzato le risorse che gli servono. La sensazione di solitudine che descrive non è fisica — il suo team era lì — ma psicologica: i meccanismi di supporto interno non erano pronti per la situazione che stava vivendo.
06 — IL RESET
Cinque minuti dopo, stava ridendo
La dichiarazione più sorprendente della conferenza è quella finale: «Non sono il tipo che ha bisogno di aiuti esterni per resettare. Tra cinque minuti magari starò ridendo con tutti i miei amici venuti a vedermi». Per chi ha sentito le parole che l’avevano preceduta — la tristezza, la solitudine, i mostri — suona quasi incredibile. Eppure, nella psicologia della performance, questa capacità di transizione emotiva rapida è un indicatore di salute mentale, non di superficialità.
Fletcher e Sarkar, nel loro studio sulla resilienza nei campioni olimpici, hanno identificato la riappraisal — la rivalutazione cognitiva dell’esperienza — come uno degli strumenti più potenti a disposizione di un atleta resiliente. Non si tratta di negare il dolore: Cobolli non lo nega. Si tratta di spostare rapidamente la cornice interpretativa — «Non bisogna vedere solo la sconfitta di oggi, ma quello che abbiamo fatto in queste settimane. Devo essere più contento che dispiaciuto» — per evitare che la sconfitta si sedimenti in qualcosa di più pesante. Il fatto che Cobolli abbia questa capacità, e che sia consapevole di averla, è uno dei punti di forza del suo profilo psicologico. Il fatto che questa stessa capacità non sia stata disponibile durante la partita — quando ne aveva più bisogno — è la lacuna su cui lavorare.
| «Non bisogna vedere solo la sconfitta di oggi, ma il fatto che ci sono state due settimane importanti che quasi mai mi erano riuscite. Devo essere più contento che dispiaciuto.» FLAVIO COBOLLI · CONFERENZA STAMPA POST-PARTITA, WIMBLEDON 8 LUGLIO 2026 |
07 — IL PATTERN
Un segnale che si ripete
Cobolli ammette che questa non è la prima volta: «È capitato varie volte quest’anno di perdere con giocatori con una classifica nettamente più bassa della mia. È capitato di perdere con giocatori fuori dalla top 100». È un pattern — non un episodio. E un pattern, nella psicologia dello sport, non si risolve con un cambio di routine o con un aggiustamento tecnico: richiede un lavoro specifico sul meccanismo che lo genera.
Il pattern della difficoltà da favorito dice una cosa precisa sul profilo attuale di Cobolli: la sua crescita tecnica ha superato la sua preparazione psicologica per gestire il nuovo ruolo. Cobolli ha scalato così rapidamente la classifica — finalista al Roland Garros, top ten, best ranking di numero nove — che la sua identità atletica non ha ancora completamente integrato questo nuovo livello. Parte di lui si percepisce ancora come il ragazzo che sale, non come il numero che deve difendere. E ogni volta che si trova come favorito netto, quella discrepanza tra identità percepita e ruolo atteso genera la risposta di minaccia che Beilock e Blascovich descrivono.
La soluzione non è tecnica, e Cobolli lo sa: «Devo imparare a gestire quella situazione». Imparare, non risolvere. È una distinzione importante. Si tratta di un lavoro graduale, fatto di esposizione progressiva al ruolo di favorito in condizioni sempre più alte — e di costruzione degli strumenti cognitivi per tenere a bada i processi ironici di Wegner prima che i mostri prendano il sopravvento.
| TRE AREE DI LAVORO PER IL PROSSIMO COBOLLI Il ruolo di favorito. Costruire un’identità atletica coerente con il proprio ranking: non più «sto salendo», ma «sono il numero 9 del mondo». La disputa con il favorito inizia nella narrativa interna, non in campo.I processi ironici. Sviluppare tecniche di defusione cognitiva — accettare la presenza dei pensieri negativi senza combatterli, perché combatterli li amplifica. I mostri non si scacciano: si lascia che vadano e vengano senza dargli potere.Il supporto in campo. Costruire risorse interne — routine, ancore attentive, self-talk funzionale — che siano disponibili nel momento del bisogno, prima che la frustrazione trovi la via del box. |
08 — IN CHIUSURA
La consapevolezza che aspetta gli strumenti
C’è qualcosa di notevole nell’onestà con cui Cobolli ha descritto la propria sconfitta. Ha detto la verità — «combatto con i miei mostri» — senza cercare un alibi tecnico, senza accusare il campo o le condizioni, senza minimizzare la prestazione di Fery («il suo livello oggi era davvero alto»). Questa consapevolezza è un punto di partenza raro e prezioso.
Ma la consapevolezza, da sola, non è sufficiente. Come nel caso di Medvedev a Parigi — che sapeva dove stava il problema ma preferiva non dirlo a nessuno — il rischio è che la lucidità sull’esistenza del blocco non si trasformi in capacità di gestirlo. «Devo imparare a gestire quella situazione» è già il passo giusto: riconosce che non si tratta di un difetto di carattere, ma di una competenza che si può costruire. Il lavoro che rimane da fare — sulla risposta al ruolo di favorito, sui processi ironici, sulla gestione delle emozioni in campo — è esattamente il tipo di lavoro che trasforma la consapevolezza in prestazione.
Flavio Cobolli ha 23 anni e un best ranking di numero nove al mondo. Ha raggiunto per la seconda volta i quarti di finale a Wimbledon e poche settimane prima aveva giocato la finale al Roland Garros. Ha tutte le risorse tecniche per ambire alle ultime fasi dei grandi Slam. La distanza tra quello che è già e quello che può ancora diventare si misura, in larga parte, in psicologia.
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RIFERIMENTI SCIENTIFICI
- Beilock, S. L., & Carr, T. H. (2001). On the fragility of skilled performance: What governs choking under pressure? Journal of Experimental Psychology: General, 130(4), 701–725. DOI: 10.1037/0096-3445.130.4.701 https://psycnet.apa.org/record/2001-05320-007
- Blascovich, J., & Tomaka, J. (1996). The biopsychosocial model of arousal regulation. In M. P. Zanna (Ed.), Advances in Experimental Social Psychology (Vol. 28, pp. 1–51). San Diego, CA: Academic Press. DOI: 10.1016/S0065-2601(08)60235-X
- Wegner, D. M. (1994). Ironic processes of mental control. Psychological Review, 101(1), 34–52. DOI: 10.1037/0033-295X.101.1.34
- Weiner, B. (1985). An attributional theory of achievement motivation and emotion. Psychological Review, 92(4), 548–573. DOI: 10.1037/0033-295X.92.4.548
- Fletcher, D., & Sarkar, M. (2012). A grounded theory of psychological resilience in Olympic champions. Psychology of Sport and Exercise, 13(5), 669–678. DOI: 10.1016/j.psychsport.2012.04.007
Fonti dei fatti riportati: ubitennis.com, fanpage.it, lottomatica.sport, lapresse.it, italpress.com, ilfattoquotidiano.it, corrieredellosport.it, spaziotennis.com (8 luglio 2026). Risultato: A. Fery b. F. Cobolli 6-4 7-6(4) 6-0, Wimbledon quarti di finale, Central Court, 8 luglio 2026. Cobolli: n.10 ATP, finalista Roland Garros 2026, raggiunge best ranking n.9 nonostante la sconfitta. Fery: n.114 ATP, wild card, primo wild card britannico in semifinale a Wimbledon dal 1992 (Ivanisevic); in semifinale affronterà Zverev. Presente nel box di Cobolli: Edoardo Bove (centrocampista Watford). Tutte le citazioni di Cobolli sono tratte dalla conferenza stampa ufficiale post-partita (8 luglio 2026).
