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17 Maggio 2026Negli ultimi mesi tre atleti molto diversi hanno parlato pubblicamente di quello che succede dentro la loro testa. Le parole sono diverse, il filo è lo stesso. Vale la pena ascoltarlo.

Ad aprile, Perr Schuurs — difensore olandese, ventisei anni, due infortuni gravi al ginocchio sulle spalle — ha raccontato in un’intervista la sua notte peggiore. “Sono andato a dormire con la mia ragazza e le ho detto: buonanotte, spero di non svegliarmi più.” Ha specificato che non aveva pensato al suicidio. Era esausto. Aveva semplicemente bisogno di smettere di sentire quello che sentiva. Era diventato un’abitudine, ha detto, scorrere i commenti sotto i propri post fino a trovare quello che gli avrebbe fatto più male.
Una settimana fa, Saúl Ñíguez ha detto alla testata spagnola ABC: “Fino a 25 anni pensavo di essere Maradona. Poi non so cosa sia successo nella mia testa.” Stava parlando di sé. Del calciatore che a 24 anni segnava al Bayern in semifinale di Champions, e che a 30 si è ritrovato a vagare tra Chelsea, Siviglia, fino al Flamengo, dove un club brasiliano lo ha trattato bene “senza che io avessi dato loro nulla”.
Due giorni fa, Carlos Alcaraz ha detto a Vanity Fair che vorrebbe avere più momenti per sé. Che “oggi basta un commento per ferire un atleta”. Che alcune critiche sui social hanno avuto effetti misurabili sul suo rendimento. È numero uno al mondo. Ha ventidue anni. Si sta facendo costruire uno yacht da otto milioni di dollari. E ha detto a un giornalista che a volte si sveglia senza voglia di fare niente.
Tre voci diverse, tre sport leggermente diversi. Ma se le ascolti tutte insieme è difficile non vederci la stessa cosa. Il 2026 è l’anno in cui la testa dell’atleta è uscita definitivamente dal cono d’ombra in cui lo sport italiano l’aveva tenuta per decenni. Ed è un’ottima notizia. Ma è anche un’occasione per fare un passo avanti, e smettere di parlarne solo quando qualcuno crolla.
Cosa hanno in comune Schuurs, Saúl e Alcaraz
Sembrano storie molto diverse. Un difensore quasi sconosciuto al grande pubblico italiano, un centrocampista che era stato venduto come il successore di Iniesta, un numero uno del tennis mondiale. Eppure, se togli i nomi e leggi solo i meccanismi psicologici, riconosci lo stesso schema.
Primo: il problema non è iniziato con un trauma evidente. Non c’è stato l’infortunio improvviso (per Schuurs sì, ma è arrivato dopo). C’è stato un accumulo. Una pressione progressiva. Un cambiamento di ruolo, una stagione storta, una serie di partite in cui qualcosa è andato storto e nessuno si è fermato a chiedersi cosa.
Secondo: c’è il social. C’è sempre il social. Schuurs scorreva fino a trovare il commento più cattivo. Alcaraz dice che le critiche online influenzano il suo rendimento. È una variabile nuova nella psicologia dello sport, che vent’anni fa non esisteva e oggi è probabilmente la prima causa di erosione dell’autostima sportiva sotto i trent’anni.
Terzo: c’è il dialogo interiore. Quello che gli psicologi chiamano self-talk negativo. Saúl lo dice in modo chiarissimo: “Loro pretendevano gli stessi standard da me, ma nella mia testa non c’era verso. E questo dialogo interiore negativo ha causato un calo significativo delle mie prestazioni.” Non è una metafora poetica. È esattamente quello che la letteratura scientifica ha descritto da decenni: il rapporto tra autovalutazione interna, ansia cognitiva e performance. Quando la voce dentro la testa diventa nemica, le gambe rallentano.
Quarto e più importante: nessuno dei tre ha affrontato la cosa da solo. Schuurs ha cominciato parlando con il mental coach che conosceva dai tempi dell’Ajax, poi è passato a uno psicologo. Saúl, sorprendentemente, lavora con un preparatore atletico e con uno psicologo da quando aveva 18 anni. Alcaraz, fin dagli inizi, è accompagnato da un team che include figure dedicate alla preparazione mentale.
La differenza tra chi crolla e chi attraversa non sta nel non avere problemi. Sta nell’avere qualcuno con cui parlarne prima che diventino crisi.
Tre tipi di pressione, una sola direzione
Per uno psicologo dello sport, quelle tre voci raccontano tre forme distinte di pressione. Conoscerle aiuta a riconoscerle prima che diventino problemi.
1. La pressione dell’identità (caso Saúl)
Saúl si è identificato a 22 anni con un’idea di sé — il talento, il prossimo Iniesta, il volto dell’Atlético. Quando quella narrazione ha iniziato a incrinarsi, lui non ha avuto strumenti per separare la sua identità di persona da quella di calciatore. “Smetti di divertirti e perdi quel tocco magico. Non hai più quello che ti distingue dagli altri.”
È la forma di pressione più pericolosa, perché non viene da fuori: viene dall’idea che l’atleta ha costruito di sé stesso. E quando quell’idea oscilla, oscilla tutto. È un terreno classico del lavoro clinico con atleti professionisti, e va trattato con strumenti diversi rispetto alla “semplice” gestione dell’ansia pre-gara.
2. La pressione del giudizio costante (caso Schuurs e Alcaraz)
Schuurs e Alcaraz, sportivamente lontanissimi, sono accomunati da una caratteristica del 2026: vivono dentro un giudizio pubblico ininterrotto. Ogni partita è commentata in tempo reale da migliaia di persone su X, su Instagram, su TikTok. Ogni errore diventa un meme. Ogni pausa in conferenza stampa viene analizzata.
Schuurs dice di essersi “abituato a cercare il commento più cattivo”. Alcaraz dice che “oggi basta un commento per ferire un atleta”. È un dato nuovo, e probabilmente il fattore di rischio più trasversale per gli atleti under 30 di qualsiasi sport. La letteratura sta cercando di stargli dietro, ma di pratica clinica ne abbiamo già abbastanza per dire una cosa: non si gestisce con la “forza di volontà” né con un generico “ignora i commenti”. Si gestisce con tecniche specifiche di regolazione emotiva, di gestione attenzionale e di igiene digitale.
3. La pressione del calendario (caso trasversale)
Il 2026 è anche l’anno in cui il calendario sportivo professionistico ha raggiunto un livello di sovraccarico che decenni fa sarebbe stato impensabile. Alcaraz si è infortunato al polso e ha dovuto rinunciare a buona parte della stagione su terra. “Voglio vincere tutto, ma non sarò schiavo del tennis,” ha detto a Vanity Fair. Nel calcio, lo stesso discorso è ricorrente: Champions League allargata, Mondiale per club, Nations League, campionati a venti squadre, finestre internazionali frequenti. I corpi e le menti vengono spremuti da un calendario che non è stato pensato per il loro recupero.
Questa è la forma di pressione su cui un atleta ha meno controllo diretto, ma su cui un lavoro mentale solido fa una differenza misurabile: aiuta a difendere i momenti di stacco, a riconoscere i segnali di burnout precocemente, a costruire routine di recupero psicologico al pari di quelle fisiche.
Il caso Sinner: cosa significa avere “un laboratorio”
Mentre tre atleti raccontavano pubblicamente le loro difficoltà, un quarto — italiano, ventiquattro anni, numero due al mondo — proseguiva la stagione con la solidità che gli ha permesso di entrare in finale a Madrid dopo aver dominato Zverev in poco più di un’ora. Jannik Sinner.
Una cosa interessante, leggendo le sue interviste recenti, è la ricorrenza di una parola: laboratorio. “Il gran lavoro svolto a Indian Wells ha dato le risposte che mi aspettavo. Altre domande troveranno risposta nei tornei su terra rossa,” ha detto in aprile. Per Sinner, il tennis non è solo gioco: è un sistema di analisi continuo, in cui ogni partita produce dati che vengono elaborati con il team, le strategie vengono testate, le emozioni vengono nominate e ricondotte a parametri gestibili.
Chi lo segue da anni ha visto la sua trasformazione mentale. Cinque anni fa Sinner era considerato un giocatore tecnicamente eccellente ma fragile nei tie-break, capace di lasciare partite vinte per cali di concentrazione nei momenti decisivi. Oggi è esattamente l’opposto: dove gli altri perdono lucidità, lui la trova. Quella differenza non si è prodotta da sola.
Sinner non è il fenomeno della “mentalità di ferro”: è il caso di studio dell’atleta che ha capito, presto, che la mente è una componente tecnica come il dritto e il rovescio, e va costruita con la stessa pazienza. Questo è il punto su cui questa generazione di atleti, in Italia e nel mondo, sta facendo un salto. E su cui chi guarda lo sport con curiosità può imparare qualcosa.
Dove è l’Italia sportiva, rispetto a questo
Non è una bella foto. Da anni il calcio italiano fatica a riconoscere lo psicologo dello sport come figura strutturale dello staff tecnico. La FIGC organizza corsi di formazione, l’Associazione Italiana Calciatori ha lanciato il progetto “You’ll Never Walk Alone” sul disagio psicologico, qualche società di Serie A ha integrato figure dedicate. Ma sotto la superficie, lo psicologo viene ancora visto come “allenatore della mente” — qualcuno che si chiama solo quando un giocatore “non rende” — invece che come professionista della salute psicologica integrato al pari del fisioterapista.
Robin Gosens, oggi alla Fiorentina, laureato in psicologia nel 2023, ha provato a cambiare questa narrazione raccontando pubblicamente le proprie fragilità. Il suo è ancora un caso isolato. Nelle giovanili di molte società italiane lo psicologo non c’è, o c’è una volta a settimana per gestire i ragazzi “problematici”, invece di lavorare in modo strutturale su tutti.
Negli sport individuali la situazione è ancora più frammentata. Tennis, atletica, nuoto, sport di tiro: chi ha risorse si paga un professionista privatamente, chi non ha risorse si arrangia. Gli psicologi dello sport — laureati in psicologia, iscritti all’Albo, specializzati in sport — sono pochi, mal distribuiti geograficamente, spesso non riconosciuti come componente sistemica della preparazione atletica.
Eppure i dati ci sono: una preparazione mentale strutturata e continua, non emergenziale, migliora le prestazioni in modo misurabile e riduce significativamente l’incidenza di problemi clinici. È quello che facciamo allo Sport Psychology Center, con un team che mette insieme dieci anni di esperienza in Serie A, formazione FIGC, background internazionale tra Wharton e MIT, e una rete di collaborazioni con società sportive e federazioni.
Tre strumenti per tre bisogni diversi
Le storie che abbiamo letto sopra non si risolvono tutte con lo stesso intervento. Un blocco di identità come quello di Saúl richiede un percorso clinico. Una difficoltà di gestione dei social come quella di Schuurs si lavora con tecniche di regolazione attenzionale specifiche. La pressione costante che Alcaraz descrive si gestisce con routine quotidiane, non con sessioni mensili.
Questo è il motivo per cui, allo SPC, abbiamo costruito un’offerta articolata su tre livelli che si parlano fra loro. Non perché “fa molto”, ma perché bisogni diversi chiedono strumenti diversi.
Il confronto umano: la consulenza con lo psicologo dello sport
È il punto di partenza per chi vuole capire dove sta. Una sessione individuale, in studio a Quartu Sant’Elena o in videocall, con Fabio Zarra o Virginia Marino. È la modalità giusta quando il problema è specifico — un blocco, una scelta, una difficoltà relazionale — o quando si entra per la prima volta in un percorso. Vedi la pagina dedicata.
Il lavoro quotidiano: MAT, il Mental AI Trainer
È lo strumento che colma il vuoto tra una sessione e l’altra. Conversazioni quotidiane, tracciamento dell’umore, esercizi cognitivi brevi, riflessioni guidate. Non sostituisce lo psicologo, ma rende il lavoro mentale un’abitudine quotidiana invece che un appuntamento sporadico. Si può provare gratuitamente.
L’allenamento percettivo: le sessioni di Realtà Virtuale
È lo strumento più specifico, indicato quando il lavoro deve toccare aree percettive e decisionali specifiche — reattività, scanning, visione periferica, gestione di scenari ad alta pressione cognitiva. Funziona molto bene su obiettivi mirati e su determinati ruoli sportivi, è uno strumento da abbinare al lavoro clinico, non da considerare a sé stante. Vedi come si svolgono le sessioni.
I tre strumenti non sono alternative: sono livelli. La differenza non è “quale scegliere” ma “quali combinare nel tuo percorso specifico”. Un atleta che arriva con un blocco da rigori probabilmente non comincia in VR: comincia con una sessione individuale per capire da dove nasce. Un dirigente di società giovanile che vuole strutturare un programma di prevenzione probabilmente non parte dalle consulenze individuali: parte da MAT per il gruppo, con sessioni VR puntuali per gli scenari ad alta densità cognitiva.
È esattamente questa la differenza tra avere “uno psicologo” e avere “un sistema di lavoro mentale”. Ed è la cosa che, nel 2026, separa le società sportive che fanno prevenzione da quelle che continuano a chiamare l’esperto solo quando c’è il problema.
Quando ha senso iniziare un percorso
La risposta più importante di tutto questo articolo è anche la più controintuitiva: non quando le cose vanno male.
Le storie di Schuurs, Saúl e — in altra forma — Alcaraz mostrano che quando il problema è già scoppiato, il lavoro psicologico è efficace ma diventa terapeutico, non preventivo. Si lavora in emergenza. Si recupera, ma si recupera tempo perso e si paga un prezzo personale alto.
Quella di Saúl è la frase chiave dell’intera vicenda, e merita di essere riletta: “Lavoro con un preparatore atletico e uno psicologo da quando avevo 18 anni.” Non da quando è scoppiato il problema. Da prima. Quando andava tutto bene. Quando “il Gerrard di Spagna” stava firmando il suo primo contratto importante. Quel lavoro lì — silenzioso, regolare, non urgente — è probabilmente quello che gli ha permesso, una volta arrivato il crollo, di non finire malissimo come è successo ad altri.
Il momento giusto per iniziare un percorso di preparazione mentale è quando non ne hai bisogno emergente: in pre-stagione, quando si pianifica un anno importante, all’ingresso in una nuova categoria, dopo un risultato significativo (positivo o negativo). È il momento in cui hai energia e lucidità per costruire abitudini che ti serviranno in seguito, quando le cose si faranno più complicate. Perché si faranno più complicate. Capita a tutti.
Una conclusione, in tre punti
- La testa dell’atleta è uscita dal silenzio, e questo è il dato culturale più importante del 2026 sportivo. Tre voci diverse in poche settimane non sono un caso: sono il segnale di un cambio di paradigma che era atteso da molto tempo.
- Non basta parlarne. Riconoscere il problema è il primo passo, ma non è il lavoro. Il lavoro è strutturare la prevenzione, i percorsi, i sistemi di supporto. È quello che dovrebbero fare le società sportive, le federazioni, gli staff tecnici. È quello che possono fare i singoli atleti, dirigenti, genitori che leggono questo articolo.
- Iniziare prima è meglio che intervenire dopo. Sempre. Non c’è eccezione a questa regola, in psicologia dello sport. La preparazione mentale è come la preparazione fisica: i risultati arrivano con la costanza, non con le emergenze.
Per chi vuole fare un passo concreto. Se sei un atleta o un genitore di un atleta, il modo più semplice per iniziare è prenotare una prima consulenza esplorativa: senza impegno, capiamo insieme se e dove ha senso lavorare. Se rappresenti una società sportiva o una federazione, possiamo costruire un programma su misura per il tuo settore o per la tua prima squadra — vedi i pacchetti dedicati alle squadre. E se vuoi solo iniziare a fare un primo passo da solo, MAT è gratuito e ti dà un’idea di come funziona un lavoro mentale quotidiano.
Domande frequenti
Quando un atleta dovrebbe rivolgersi a uno psicologo dello sport?
Non solo nei momenti di crisi. La letteratura e la pratica dei club professionistici indicano che il momento migliore per iniziare un percorso è quando le cose vanno bene: in fase di costruzione delle abitudini, prima di una stagione importante, all’inizio di una nuova categoria. Aspettare il blocco o il crollo significa lavorare in emergenza, non in prevenzione.
Qual è la differenza tra mental coach e psicologo dello sport?
Lo psicologo dello sport è un professionista sanitario iscritto all’Albo, abilitato a fare diagnosi cliniche e a gestire problematiche psicologiche complesse. Il mental coach lavora sulla performance ma non può fare diagnosi né trattare disturbi clinici, in quanto non iscritto ad un albo professionale.
Le società italiane offrono supporto psicologico ai giocatori?
In modo ancora disomogeneo. Alcune società di Serie A hanno integrato figure psicologiche nei propri staff, soprattutto nelle giovanili. La FIGC organizza corsi per psicologi dello sport e l’AIC ha lanciato il progetto “You’ll Never Walk Alone”. All’estero il sistema è più maturo: molti club hanno protocolli strutturati che includono screening periodici e accesso facilitato alla terapia.
Si può lavorare sulla mente senza andare in studio?
Sì. Le sessioni di consulenza con uno psicologo dello sport sono efficaci anche in videocall, modalità ormai validata da anni di letteratura. In più, strumenti come gli AI mental trainer permettono un lavoro continuativo quotidiano — tracciamento dell’umore, esercizi cognitivi, riflessioni guidate — che integra le sessioni dal vivo e mantiene viva l’abitudine mentale tra un appuntamento e l’altro.
Fonti
Perr Schuurs sulla depressione e i social TuttoMercatoWeb, “Non solo calciatori, Schuurs straziante: ‘La depressione si alza e si addormenta con te'”, aprile 2026. URL: https://www.tuttomercatoweb.com/serie-a/non-solo-calciatori-schuurs-straziante-la-depressione-si-alza-e-si-addormenta-con-te-2226719
Saúl Ñíguez su salute mentale, identità e percorso con lo psicologo dai 18 anni Rivista Undici, “Saúl Ñíguez ha rilasciato un’intervista molto importante sulla salute mentale dei calciatori, in cui ha detto che ‘mi sentivo Maradona poi è successo qualcosa nella mia testa’”, 6 maggio 2026. URL: https://www.rivistaundici.com/2026/05/06/saul-niguez-salute-mentale-calciatori/
Fonte primaria dell’intervista: ABC (Spagna), “Saúl: ‘Hasta los 25 años creía que era Maradona, después algo pasó por mi cabeza’”, 3 maggio 2026. URL: https://www.abc.es/deportes/atletico-madrid/saul-anos-creia-maradona-despues-paso-cabeza-20260503014655-nt.html
Carlos Alcaraz su pressione, social e infortuni SpazioTennis, “Alcaraz sulla rivalità con Sinner: ‘Non c’è bisogno di odiarsi, lottiamo per lo stesso obiettivo'”, 13 maggio 2026. URL: https://www.spaziotennis.com/internazionali-bnl-ditalia/alcaraz-sulla-rivalita-con-sinner-non-ce-bisogno-di-odiarsi-lottiamo-per-lo-stesso-obiettivo/130244
CanaleUno, “Tennis, Alcaraz: con Sinner rivalità senza odio”, 13 maggio 2026. URL: https://www.canaleuno.it/2026/05/13/tennis-alcaraz-con-sinner-rivalita-senza-odio/
SportMediaset, “Alcaraz tra Sinner e gli infortuni: ‘Voglio vincere tutto, ma non sarò schiavo del tennis'”, 13 maggio 2026. URL: https://www.sportmediaset.mediaset.it/tennis/alcaraz-tra-sinner-e-gli-infortuni-voglio-vincere-tutto-ma-non-saro-schiavo-del-tennis_112043058-202602k.shtml
Fonte primaria dell’intervista: Vanity Fair Italia, intervista a Carlos Alcaraz, maggio 2026.
Jannik Sinner sul “laboratorio” mentale TuttoSport, “Tutti Federer contro di me, Alcaraz preda dei fantasmi. E Sinner ora è spremuta di terra rossa”, 5 aprile 2026. URL: https://www.tuttosport.com/news/tennis/2026/04/05-147759593/tutti_federer_contro_di_me_alcaraz_preda_dei_fantasmi_e_sinner_ora_spremuta_di_terra_rossa
UbiTennis, “ATP Madrid, Sinner: ‘Il tennis ha bisogno di Alcaraz, mancherà tantissimo. È un giorno triste'”, 24 aprile 2026. URL: https://www.ubitennis.com/blog/2026/04/24/atp-madrid-sinner-il-tennis-ha-bisogno-di-alcaraz-manchera-tantissimo-e-un-giorno-triste/
OASport, “Il mental coaching nel tennis: come la psicologia decide i match”, aprile 2026. (Riferimento per la trasformazione mentale di Sinner da “fragile nei tie-break” a solido nelle fasi decisive.) URL: https://www.oasport.it/2026/04/il-mental-coaching-nel-tennis-come-la-psicologia-decide-i-match/
Robin Gosens e contesto italiano sul tabù della salute mentale nel calcio Gariwo Magazine, Francesco Caremani, “Robin Gosens, il calciatore che parla di salute mentale”, ottobre 2025. URL: https://it.gariwo.net/magazine/sport/robin-gosens-il-calciatore-che-parla-di-salute-mentale-29082.html
Per la cornice sul ruolo dello psicologo dello sport e il progetto AIC Il Post, “Lo sport ora ha i suoi psicologi e i suoi ‘coach'”, novembre 2023. (Riferimento per il caso Richarlison e per la distinzione tra psicologo e coach citata nelle FAQ.) URL: https://www.ilpost.it/2023/11/05/ruolo-psicologi-coach-sport/
